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Recovery Fund piano per superare i veti incrociati

Monta l’allarme sui tempi di partenza del Recovery Plan, tanto che il tema ha fatto irruzione nel vertice europeo che si è aperto ieri a Bruxelles. Sebbene non fosse in agenda, già nelle prime ore del summit i capi di Stato e di governo ne hanno parlato a margine delle riunioni e a inizio lavori. Oggi il dossier potrebbe essere discusso nella sessione plenaria a ventisette. Con Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia dalla stessa parte, inizia a prendere forma un piano per spazzare le resistenze dei Paesi frugali, Olanda e Finlandia in testa, e di quelli di Visegrad, Polonia e Ungheria, impegnati in una battaglia sul legame tra fondi Ue e rispetto dello Stato di diritto che sta inchiodando il processo di approvazione del fondo da 750 miliardi concordato a luglio.
È stato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, a sollevare il tema nel suo intervento di apertura del summit. «Se c’è volontà politica si chiude in cinque minuti», ha affermato, negando che sia la sua istituzione a bloccare l’approvazione. Semmai sono i governi a litigare. A conferma, emerge che l’Eurocamera si potrebbe accontentare di un testo che rinforza leggermente il legame tra i fondi e lo Stato di diritto rispetto alla proposta di compromesso portata avanti dalla presidenza tedesca dell’Ue. Non solo, Strasburgo sarebbe pronta ad accontentarsi di una quindicina di miliardi aggiuntivi per ricerca ed Erasmus all’interno del budget europeo. Una mano tesa ai frugali.
Al termine dell’intervento di Sassoli, in modo inusuale, Angela Merkel ne ha commentato le parole, sollecitando poi tutti i contendenti a concedere qualcosa. Oggi i leader torneranno sul tema, affrontato anche dal premier Conte in una bilaterale con Ursula von der Leyen, capo della Commissione Ue, con la quale ha concordato un incontro a Roma nei prossimi giorni.
I frugali bloccano l’approvazione perché chiedono condizionalità stringenti sulla rule of law per concedere i fondi. I Visegrad la rifiutano. Ma c’è chi sospetta che i nordici frenino per rinviare l’arrivo dei soldi ai mediterranei, previsto per la primavera. Dopo l’accordo tra Parlamento Ue e governi, infatti, i testi andranno ratificati dai parlamenti nazionali, processo che dovrebbe durare almeno tre mesi: ogni giorno perso nei negoziati sposta l’esborso dei fondi del Recovery. I nordici – ieri lo ha ribadito l’olandese Rutte – hanno già fatto sapere che se non saranno soddisfatti, i loro parlamenti affonderanno il Recovery.
Il calcolo politico che sta prendendo forma mette nel mirino i Visegrad: accontentare in parte i frugali sulla legalità e scontentare in parte Polonia e Ungheria, scommettendo sul fatto che non bloccheranno una manovra da 1800 miliardi tra Bilancio Ue e Recovery dalla quale riceveranno generosi finanziamenti. Orbàn ieri ha parlato di uno scenario improbabile, ovvero di «accordi bilaterali fuori dal quadro Ue» per sostituire il Recovery. Frase che è stata letta come segno di debolezza.
«Tutti gli Stati membri devono lavorare con coerenza e lealtà», ha ammonito il premier Conte, mentre il ministro Amendola, al suo fianco a Bruxelles, ha garantito che «i fondi non verranno bloccati» dal negoziato. Da Roma anche il ministro dell’Economia Gualtieri afferma che «la procedura si chiuderà nei tempi previsti ». Quindi ha indicato che le risorse del Recovery aumenteranno il nostro Pil fino a mezzo punto all’anno. Le manovre del prossimo biennio, ha detto, saranno espansive, comporteranno un aumento del deficit di 30 miliardi. Nel 2021 il maggior deficit sarà di 23 miliardi (pari all’1,3% del Pil) e porterà il rapporto deficit/Pil al 7% dal 5,7 tendenziale, cioè a bocce ferme. Lo stesso avverrà nel 2022 quando l’espansione sarà di 0,4 punti (7,2 miliardi) con un incremento dal 4,1 al 4,7%. La parte sussidi del Recovery che entrerà in manovra sarà di 15 miliardi portando così l’intervento delle legge di Bilancio a favore dell’economia a circa 40 miliardi (altri 2 miliardi verranno dai prestiti).
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