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Il Recovery fund in ostaggio del veto di Orbán (e della Polonia)

Ora la crisi è ufficiale. Il Recovery fund è stato preso in ostaggio dal premier ungherese Viktor Orbán, spalleggiato dal collega polacco Mateus Morawiecki. È successo alle 15.20 di ieri, ora di Bruxelles. Nella riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti presso la Ue, gli ambasciatori di Polonia e Ungheria hanno votato contro il pacchetto proposto dalla presidenza tedesca, che comprende l’accordo di principio sul bilancio pluriennale dell’Unione 2021-27, l’intesa con il Parlamento europeo sul rispetto dello Stato di diritto come condizione per ottenere i fondi europei e l’avvio della procedura scritta sulle risorse proprie, che autorizza la Commissione a indebitarsi sui mercati per finanziarie il Next Generation Eu da 750 miliardi di euro.

Mentre la pandemia dilaga nuovamente e le risorse decise dal Consiglio europeo in luglio potrebbero fare una cruciale differenza per pararne le devastanti conseguenze economiche, Budapest e Varsavia vulcanizzano l’Europa e la sua capacità decisionale.

In realtà, il veto delle due capitali di Visegrád funziona soltanto sul quadro finanziario pluriennale e sulle risorse proprie, le due decisioni dov’è prevista l’unanimità e dove paradossalmente Ungheria e Polonia non hanno obiezioni di sostanza, essendo importanti beneficiari sia del bilancio che del Recovery fund. A Budapest in particolare, che nel 2018 ha ottenuto ben 6,3 miliardi di euro dai fondi di coesione, sono destinati altri 7,5 miliardi di euro del Next Generation Eu.

Ma è la struttura a pacchetto delle tre decisioni, che permette loro di bloccare, almeno per ora, anche la condizionalità sullo Stato di diritto, su cui basta la maggioranza qualificata ed è l’unico vero anatema per il «democratico illiberale» che Orbán si vanta di essere. Con una nuova elezione in vista nel 2022, il tribuno magiaro non vuole correre il rischio di vedersi negati i fondi Ue come sanzione alla sua inarrestabile deriva antidemocratica, ultime in ordine di tempo due nuove leggi, una che discrimina le minoranze di genere e una elettorale per impedire all’opposizione di unirsi contro il suo Fidesz.

A dicembre

Sarà necessario un nuovo Consiglio europeo per risolvere l’impasse

Non è solo un problema di denaro. Almeno stando al premier ungherese, c’è anche una questione di principio. Come ha rivelato la newsletter EuropaOre7, nella lettera che ha inviato la scorsa settimana all’Unione Europea, Orbán ha citato addirittura Lutero davanti alla Dieta di Worms, nel 1521, quando gli chiesero di abiurare la sua eresia: «Hier stehe ich, ich kann nicht anders», qui sto io, non posso fare altrimenti. Venerdì invece parlando alla radio, il premier aveva tuonato contro il meccanismo della condizionalità perché renderebbe possibile ricattare un Paese per ragioni ideologiche e «trasformerebbe l’Unione Europea in una nuova Unione Sovietica». Se questo è solo un modo di nobilitare il suo bluff, lo si vedrà nelle prossime settimane.

Intanto però, spiega una fonte europea che partecipa al negoziato, «dobbiamo mettere in conto un altro ritardo, difficilmente quantificabile, nel varo del Next Generation Eu». Che fra l’altro, una volta ricevuto il via da Bruxelles con la procedura scritta, dovrà ancora passare al vaglio di un buon numero di parlamenti nazionali. Molto probabilmente sarà necessario un nuovo Consiglio europeo per risolvere l’impasse. «Potrebbe essere quello del 9-10 dicembre oppure uno straordinario, ma bisognerà trovare una soluzione in grado di salvare la faccia a tutti», dice la fonte. Concretamente, non ci potrà essere alcun passo indietro sul meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto.

Ma i capi di governo potrebbero concordare un comunicato finale nel quale si faccia di nuovo riferimento quantomeno allo spirito degli accordi di luglio, che erano abbastanza vaghi. Che ciò basti al tribuno magiaro, è tutto da dimostrare.

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