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Recovery Fund, la Slovenia schierata con Polonia e Ungheria

Si complica la partita sul Recovery Fund, con la Slovenia che si schiera al fianco di Ungheria e Polonia, contro il collegamento tra Stato di diritto e risorse Ue. I Ventisette si riuniranno oggi, a partire dalle 18, ma non ci si aspetta nulla di più di un incontro interlocutorio.

Lunedì, Varsavia e Budapest hanno posto il veto su bilancio Ue 2021-27 e Recovery Fund (in tutto 1.850 miliardi di euro), a meno che non venga revocata la clausola che appunto condiziona lo stanziamento dei fondi comunitari all’applicazione delle regole dello Stato di diritto. Nei confronti dei due Governi, Bruxelles ha aperto procedure per infrazione di principi che costituiscono il Dna stesso dell’Unione. In loro soccorso, si è mossa la Slovenia, come già avvenuto nella crisi dei migranti. «Solo un’istanza giudiziaria indipendente può dire che cos’è lo Stato di diritto, non una maggioranza politica», ha dichiarato ieri il premier sloveno, Janez Jansa, in una lettera al presidente della Ue, Charles Michel.

Per contro, il pressing per convincere Polonia e Ungheria si fa sempre più deciso e la Francia getta sul tavolo la proposta di escludere i due Paesi. Ieri, il segretario di Stato agli Affari europei, Clement Beaune, ha affermato che «se ci sarà bisogno, guarderemo in ultima istanza a come avanzare senza gli Stati che bloccano». Si tratterebbe di procedere a 25 e non a 27 (o a 24 se la Slovenia volesse seguire fino in fondo Polonia e Ungheria). Una strada molto complicata. Prova a gettare acqua sul fuoco il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni: «Non considererei proposte che potrebbero non risolvere il problema».

Il premier ungherese Viktor Orban ieri è tornato ad accusare i partner di «ricatto». La speranza a Bruxelles è che tanto lui, quanto il polacco Mateusz Morawiecki, vogliano soprattutto dare l’impressione, alle rispettive opinioni pubbliche nazionali, di aver “combattuto” da una posizione di forza, senza però arrivare a rompere.

I Governi autoritari di Varsavia e Budapest si proteggono a vicenda e si oppongono al regolamento in discussione, in quanto temono possa trasformarsi in una riforma surrettizia dell’articolo 7 dei Trattati, quello che prevede la sospensione di uno Stato membro che tradisca i principi fondamentali della Ue. È l’«opzione nucleare», tanto devastante, quanto inutilizzabile, dato che richiede l’assenso di tutti gli altri partner.

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