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«Recovery fund, decidono gli Stati. Aiuti a rate legati alle riforme»

Dopo i numeri, le regole. Il Recovery plan da 750 miliardi, di cui 500 miliardi in trasferimenti a fondo perduto e 250 in prestiti servirà alla ripresa post coronavirus e a trasformare l’economia europea in linea con le priorità individuate da Bruxelles (green, digitale, inclusione sociale). Il cuore del piano è la Recovery and Resilience facility — 310 miliardi di trasferimenti e 250 di prestiti — che come ha spiegato il commissario all’Economia Paolo Gentiloni «non ha a che fare con condizionalità e intrusione di Bruxelles, è volontaria: gli Stati si assumono la responsabilità della propria crescita».

Il vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha chiarito che i fondi «arriveranno in tranche legate agli obiettivi di riforma», come previsti dai Paesi nel loro Piano nazionale, che indicherà esattamente la destinazione dei fondi fino al 2024 e fisserà gli obiettivi da raggiungere. Se gli Stati membri non rispettano «le priorità stabilite dall’Ue» e «non implementano gli obiettivi, perdono i soldi di una rata». Gentiloni ha spiegato che gli Stati che chiederanno il sostegno del recovery fund «dovranno presentare il Piano nazionale di investimenti ad aprile ma possono anche presentarlo a ottobre con la bozza del programma di stabilità per poter valutare il tutto rapidamente, noi incoraggiamo i governi a procedere così». Il Piano nazionale sarà valutato da un comitato di esponenti degli Stati membri, ma l’ultima parola spetta alla Commissione. Quanto all’ipotesi che l’Italia usi i soldi del Recovery plan per tagliare le tasse, Gentiloni ha risposto che «spetta a ciascun Paese stabilire le priorità, e alla Commissione verificare che siano coerenti».

Se il negoziato, che avrà il primo momento di confronto nel Consiglio europeo del 19 giugno, non porterà a una riduzione delle cifre (ma la battaglia sarà molto dura), all’Italia sono destinati 172,7 miliardi di euro, di cui 81,8 miliardi come aiuti a fondo perduto e 90,9 miliardi in prestiti. Con il Recovery plan l’Italia da contributore netto al bilancio dell’Ue, come è stata finora, diventa un beneficiario netto a differenza di Germania, Francia oppure Olanda. Secondo le stime calcolate da Silvia Merler, capo della ricerca del Policy Forum del fondo Algebris, «nell’ipotesi più pessimista in cui non ci sia un aumento delle risorse proprie Ue da qui al momento in cui si inizia a ripagare, cioè dal 2028, l’Italia dovrà versare 54,7 miliardi in base alla propria quota nel bilancio Ue, che semplificando è pari al 13%. Questo significa un trasferimento netto di circa 32 miliardi, ovvero il 2% del Pil, calcolando 87 miliardi di grant. Poiché stiamo guardando solo alla componente di grant, questo è in tutto e per tutto un trasferimento fiscale netto che riceviamo dall’Ue». Un cambio rispetto al passato. «La posizione netta dell’Italia nel bilancio Ue, cioè la differenza tra quanto versato e quanto ricevuto, negli ultimi anni è stata di circa 3,8 miliardi di contribuzione all’anno. Quindi il trasferimento netto che riceviamo è come se ci “restituisse” circa 8 anni di contributi netti versati nel bilancio Ue».

I grant

È come se Bruxelles ci «restituisse» circa 8 anni di contributi netti versati nel bilancio Ue

Ieri il vicepresidente Frans Timmermans ha anche illustrato la parte green del Recovery plan. Il Fondo per la transizione equa è salito da 7,5 a 40 miliardi, di cui 2,14 miliardi all’Italia rispetto ai 364 milioni previsti a febbraio.

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