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Il Recovery Fund bloccato dal veto di Polonia e Ungheria

«Ungheria e Polonia hanno posto il veto alla decisione sul Recovery Fund e hanno detto chiaramente che non possono accettare la condizionalità sullo Stato di diritto: non possiamo inviare la proposta al Parlamento europeo». Angela Merkel è asciutta nel raccontare l’esito del video summit tra i capi di Stato e di governo dell’Unione. Il Next Generation Eu da 750 miliardi e il Bilancio Ue 2021-2027 da 1.074 miliardi restano al palo, vittime del “no” di Viktor Orbàn e Mateusz Moraviecki alla scelta di legare il pagamento dei fondi al rispetto dello Stato di diritto. «Continuiamo a esplorare tutte le soluzioni, lavoreremo duro », afferma la Cancelliera puntando al summit del 10 dicembre. «Serve un accordo in fretta», aggiunge Ursula von der Leyen, numero uno della Commissione Ue. Con un successo (tutt’altro che scontato) al prossimo vertice, potrebbero iniziare le ratifiche nazionali che prenderebbero tra 2 e 3 mesi: il Recovery anziché a gennaio partirebbe tra febbraio e marzo. In caso di fallimento, tempi ancora più incerti.
Orbàn e Moraviecki prendono la parola appena Charles Michel — chairman del summit — e Angela Merkel — presidente di turno della Ue — finiscono il loro intervento introduttivo: i due ribadiscono il veto alla nascita del Recovery Fund. Lo sloveno Janez Jansa, sempre più intenzionato a schierare il suo Paese con Ungheria e Polonia, chiede alle due parti di trovare un compromesso. Gli altri leader non ribattono, la discussione è rinviata al summit del 10 dicembre, ritenuto decisivo. In questi 20 giorni salirà la pressione e si moltiplicheranno i contatti. Si cercherà di sbloccare la situazione con un’acrobazia diplomatica che permetta ai leader ribelli di tornare a casa salvando la faccia, sventolando una parvenza di vittoria. L’idea è di stilare una dichiarazione politica in cui si assicuri che il meccanismo sullo Stato di diritto non minerà la sovranità interna dei paesi Ue.
Per ora a Orbàn e Moraviecki non basta. Vogliono di più. Chiedono di riaprire il meccanismo sulla rule of law , ma gli altri governi e il Parlamento europeo fanno muro. I due hanno fatto sapere che gradirebbero allora che i partner archiviassero le procedure basate sull’articolo 7 del Trattato, proprio quelle sullo Stato di diritto in Ungheria e Polonia. Uno sforzo di realpolitik in odore di ipocrisia che ad oggi i leader non sembrano disposti a compiere.
A Bruxelles e nelle capitali si spera che alla fine i due sovranisti cederanno. Il mondo del business a Budapest e Varsavia non vuole perdere i fondi del Bilancio Ue 2021-2027 (per la Polonia 75 miliardi) e quelli del Recovery. Il partito di maggioranza polacco, il Pis di Jaroslaw Kaczinski, è spaccato. E i sindaci di entrambi i Paesi sono sul piede di guerra.
Se Orbàn, al momento considerato più duro, e Morawiecki dovessero rifiutare di mollare, francesi e olandesi propongono il “piano B”: andare avanti a 25, magari con una cooperazione rafforzata. Una soluzione per ora di scuola visto che significherebbe mettere i due Paesi con un piede fuori dall’Unione. E la Germania, si racconta a Bruxelles, non è disposta a perdere la Polonia, a vedere il vicino scivolare verso un destino simile a quello del Regno Unito. Si punta allora a recuperare la Polonia e isolare Orbàn. Poi si vedrà.
Intanto in Italia scoppia la polemica per i timori di Bruxelles, rivelati ieri da Repubblica , riguardo ai tempi del Piano nazionale necessario ad accedere ai 209 miliardi del Recovery. Il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, ha parlato di «notizie destituite di ogni fondamento» mentre il premier Conte le ha definite «fake news». Ha provato a rassicurare Roberto Gualtieri: «Entro la fine di novembre invieremo una nuova bozza del piano al Parlamento».
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