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Recovery fund, arriva il piano europeo

Stamattina presto Ursula von der Leyen farà distribuire per la prima volta ai capi di gabinetto un documento con la chiave di ripartizione dei fondi, per Paese e per settore. Poco dopo la presidente della Commissione europea riunirà i suoi 26 fra vicepresidenti e commissari e mostrerà loro, anche qui per la prima volta, un secondo documento con ciò che tutti vogliono sapere di più: quanto vale in totale il pacchetto del Recovery Fund che oggi l’esecutivo di Bruxelles proporrà all’approvazione dei governi.

È il segreto che von der Leyen ha custodito più gelosamente, arrivando negli ultimi giorni a tagliar fuori dalle comunicazioni (quasi) tutte le capitali e la sua stessa squadra di Bruxelles. Non voleva né fughe di notizie, né le pressioni dai primi ministri che ne sarebbero seguite. La presidente tedesca della Commissione lunedì e ieri è arrivata a convocare i suoi commissari e vicepresidenti uno a uno, per conceder loro spicchi sempre limitati di luce sulle somme in gioco, sulla suddivisione fra trasferimenti di bilancio e prestiti, su come ripartire le risorse in Europa.

Per il resto von der Leyen è rimasta chiusa per giorni con due collaboratori portati con sé da Berlino nel suo ufficio all’ultimo piano di palazzo Berlaymont, dove si è fatta adibire anche un minuscolo appartamento. Di certo però con la cancelleria tedesca negli ultimi giorni ha scambiato impressioni e almeno fino a venerdì scorso stava lavorando a un pacchetto che dovrebbe valere fra 600 e 650 miliardi di euro. Prestiti solo una minoranza, il resto trasferimenti diretti. Sarebbe razionale: l’accordo franco-tedesco della scorsa settimana prevedeva 500 miliardi di soli trasferimenti. Ma ai piani alti della Commissione si vuole proporre qualcosa di più, con un obiettivo preciso: far sì che l’accordo fra governi alla fine si avvicini molto a dove l’avevano indicato Parigi e Berlino. Qualcosa nel negoziato successivo fra capitali — che durerà fino a luglio, forse fino a settembre — andrà infatti concesso alle resistenze di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria (che comunque dovrebbero avere “rimborsi” sui loro contributi al bilancio Ue per 40 miliardi di euro totali in sette anni).

Di certo per l’Italia le risorse disponibili dal recovery fund nel 2020 non supereranno i dieci miliardi: metà somme a fondo perduto, metà come garanzie europee per chi ricapitalizza imprese “strategiche” di oltre 50 dipendenti. Dunque in autunno, finito il blocco sui licenziamenti, esauriti i fondi speciali di cassa in deroga e reddito di emergenza, la pressione sull’Italia salirà. Il governo non può più permettersi di rinunciare alla leggera ai 37 miliardi della linea di credito senza condizioni del fondo salvataggi Mes. Intanto ieri il presidente Sergio Mattarella ha telefonato al suo omologo tedesco Frank-Walter Steimeier e il premier Giuseppe Conte al suo omologo olandese Mark Rutte.

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