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Il Recovery fund anti Covid vale più del Piano Marshall

È un punto di riferimento, quasi un’unità di misura. Il piano Marshall è ormai considerato il modello ideale degli aiuti intergovernativi per lo sviluppo. Per quattro anni, dal 1948 al 1951, gli Stati Uniti concessero sussidi e prestiti a tutti gli Stati europei, Turchia compresa: 12,7 miliardi di dollari (circa 130 miliardi di dollari attuali), dei quali 1,2 miliardi sotto forma di prestiti.

Ha senso allora confrontare lo European Recovery Plan del 1948 – questo il suo nome ufficiale – con il Recovery Fund appena varato dall’Unione (che non esaurisce peraltro gli aiuti decisi da Bruxelles)? I calcoli non sono agevoli, tenuto conto della distanza nel tempo, della qualità delle statistiche, e permettono, più che un confronto rigoroso, un semplice paragone. Non inutile, però.

Nel recente passato, gli economisti hanno calcolato nel 2,5-3% del Pil aggregato del periodo 1948-1951 dell’Europa aiutata dagli Usa – Turchia compresa – le dimensioni massime del piano Marshall, che avrebbe spinto la crescita di mezzo punto percentuale all’anno (con un moltiplicatore relativamente basso, quindi). I soli sussidi del Recovery fund ammontano al 2,8% del Pil per il solo 2019 dell’Europa a 27, e al 3% circa del Pil 2020, ipotizzando una contrazione dell’attività economica dell’8 per cento. Aggiungendo la componente prestiti, il Recovery Fund arriva al 5% del Pil 2019 dell’Unione.

Per l’Italia le dimensioni sono un po’ diverse. Nel dopoguerra il nostro Paese – più il territorio di Trieste, allora autonomo – ricevette in totale, in base a un criterio fondato sulla popolazione, 1,2 miliardi di dollari che al cambio del 1948, erano pari a circa 690 miliardi di lire, in quattro anni. È una somma pari all’8,3% del Pil di quell’anno.

Più in particolare, l’Italia aveva ricevuto circa 370 miliardi di lire a marzo ’49 (sette miliardi di euro di oggi), 250 miliardi dopo un anno (cinque miliardi di euro) e altri 128 miliardi (2,3 miliardi) dopo ancora un anno. Nel 1948, va però ricordato, il governo Usa aveva annunciato aiuti per soli 400 miliardi di lire al cambio dell’epoca, come spiegò Luigi Einaudi, allora vice presidente del Consiglio e ministro del Bilancio: era il 4,9% del Pil del 1948.

Il consuntivo è, evidentemente, diverso. A marzo 1949 l’Italia aveva ricevuto sussidi pari al 4,5% circa del Pil 1948, ma nei due anni seguenti la percentuale sul Pil delle tranche successive calò al 2,9% (del Pil 1949) e poi all’1,3% (del Pil 1950). In totale, tra 1948 e 1951 l’Italia ha ricevuto dagli Usa aiuti pari al 2% del Pil nominale aggregato dei quattro anni (2,5% del Pil 1949-51).

Il sostegno finanziario del solo Recovery Fund (escludendo i prestiti del programma Sure e quelli eventuali del Mes) nel suo complesso è pari all’11,2% del Pil italiano del 2019. La sola componente sussidi, è pari al 4,45% del Pil nominale italiano del 2019 e al 4,97% del Pil 2020, calcolato ipotizzando una flessione del 10%.

Un calcolo e un confronto esatto potrà ovviamente essere fatto alla fine del programma, quando sarà stimabile anche quanto avrà risparmiato in termini di interessi il governo italiano usando i prestiti Ue e non ricorrendo al mercato.

Il nodo vero, però, non sono le dimensioni, comunque generose, ma le condizionalità. Anche il piano Marshall, in realtà, aveva condizioni stringenti: gli aiuti erano costituiti da beni prodotti in Usa (all’inizio frumento, carbone, combustibili, materie prime, poi anche prodotti industriali e forniture militari, soprattutto in coincidenza con lo sforzo bellico in Corea), e il governo doveva versare il corrispettivo in lire in un conto della Banca d’Italia che poteva poi essere usato per la ricostruzione, ma non per le spese correnti dello Stato. «Dovrà necessariamente servire a opere di ricostruzione, ripristino delle ferrovie, dei porti, continuazione delle bonifiche delle strade, potenziamento e rinnovamento degli impianti industriali», spiegò Einaudi.

Formalmente, il piano Marshall prevedeva in generale sei condizioni. Lo sviluppo di scambi commerciali e sistemi di pagamento europei, una maggiore convertibilità delle valute, l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le importazioni dagli Usa, la riduzione delle spese pubbliche, la riduzione dei controlli pubblici, a cominciare dai razionamenti, e un aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Non poco, insomma.

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