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Il Recovery di Draghi punta su riforme, ricerca e formazione

Riforme, ricerca, e un riequilibrio che spinge di più verso i progetti nuovi e riduce i fondi destinati a finanziare interventi già previsti nei tendenziali di finanza pubblica.

Scorrono su queste tre direttrici gli elementi di novità dello schema di Recovery Plan del governo Draghi, che oggi in Consiglio dei ministri avrà solo un primo esame. Il via libera finale slitta alla prossima settimana, nel tentativo di trovare un’intesa politica più solida. Sui numeri, e sui meccanismi di governance che dovrebbero essere basati sul centro di controllo al Mef, «interlocutore unico» della commissione per le verifiche sull’attuazione, e su una cabina di regia politica a Palazzo Chigi la cui composizione finale è ancora al centro delle discussioni fra i partiti.

Il confronto fra i due documenti deve considerare il cambio di architettura del Piano targato Draghi, fondato sui 191,5 miliardi della Recovery and Resilience Facility (erano 196,5 in base ai dati disponibili a gennaio) e sui poco più di 30 miliardi del fondo “complementare” finanziato con lo scostamento di bilancio approvato ieri dalle Camere (che spalma poi l’altra quota da oltre 40 miliardi, interessi compresi, sul 2027-2032). Ma due dati sono evidenti: la parte di risorse comunitarie utilizzata in chiave sostitutiva, cioè per coprire programmi già esistenti, scende a 53 miliardi dai 65,7 scritti nelle bozze di gennaio. E la missione 4 dedicata a istruzione e ricerca sale da 23,2 miliardi a 31,9 (24,1 nuovi e 7,8 sostitutivi).

L’alleggerimento della parte sostitutiva è dovuta prima di tutto al tramonto del cashback (quasi 5 miliardi) dall’orizzonte del programma comunitario. La sua uscita di scena dipende anche dallo scarsissimo entusiasmo incontrato a Bruxelles dall’idea di finanziare con il Next Generation Eu un incentivo generalizzato alle transazioni elettroniche; ma offre un argomento forte ai tanti che in Italia, nella maggioranza oltre che in Fratelli d’Italia, chiedono di ridurre o abbandonare la misura da luglio per recuperare tre miliardi da girare agli aiuti diretti all’economia. Naturalmente nulla impedisce a priori di finanziare con fondi nazionali le voci uscite dal Recovery, come dovrebbe accadere al programma di risanamento strutturale degli edifici scolastici (5,2 miliardi), che non compare più nella terza componente della missione due, e ad altri progetti penalizzati nel confronto con il precedente documento.

Ma è sul piano politico che il Recovery di Draghi è più “nuovo” rispetto a quello del Conte-2. Perché prendono forma riforme come quelle sulla giustizia e sulla Pa, che nel caso della Pubblica amministrazione entrano anche nelle tabelle con i finanziamenti. I loro costi, contenuti, quasi scompaiono nel mare del Recovery, ma le tabelle cominciano a offrire l’identikit di un intervento dettagliato su reclutamento e formazione del personale e sulla semplificazione delle procedure in chiave digitale.

Se il vecchio piano era stato criticato per l’eccessiva frammentazione progettuale, le bozze fin qui circolate non sembrano delineare un cambiamento su questo aspetto. I singoli interventi sono infatti 141 contro i 127 del Pnrr originario.

Sono 134 quelli classificati come investimenti mentre sette, anche se prevedono comunque dei costi, sono stati censiti come “Riforme” che supportano le missioni cui si riferiscono: tre riguardano la Pa, una il sistema della proprietà industriale, una la scuola di alta formazione per docenti e personale scolastico, un’altra ancora politiche attive del lavoro e formazione. Sono 7 i micro-progetti sotto i 100 milioni.

Un confronto tra il vecchio e il nuovo piano, per come sono state costruite le tabelle, è possibile considerando solo il vero e proprio Recovery Fund ed escludendo quindi l’apporto del React-Eu e dei fondi nazionali. La quota della missione Istruzione e ricerca (da 23,6 a 31,9 miliardi) sale all’incirca dal 12,5% al 16,9% del totale. Aumentano in misura minore Inclusione e coesione, da 18,1 a 19,1 miliardi, grazie soprattutto agli interventi per servizi alle fasce deboli e housing sociale; Salute (da 14,7 a 15,6 miliardi). Il calo più vistoso, complice il ridimensionamento della quota di fondi Ue appannaggio del superbonus, riguarda la missione Rivoluzione verde e transizione ecologica: da 64,2 a 57 miliardi. La missione Digitalizzazione, innovazione e sicurezza della Pa scende da 43 a 42,5 miliardi, quella dedicata a Infrastrutture per la mobilità sostenibile da 26,5 a 25,3. Entrando più nel dettaglio delle singole missioni ci si imbatte nel taglio, da 6,7 a 6,1 miliardi, del pacchetto turismo e cultura. Quanto al Mezzogiorno la voce Interventi speciali per la coesione territoriale scende da 3,2 a 1,75 miliardi.

Nel complesso comunque, secondo il ministero per il Sud, considerando tutte le missioni, la quota per il Mezzogiorno è del 40% con punte del 53% per le infrastrutture e del 46% per istruzione e ricerca. Come detto, rappresentano invece un capitolo a parte le risorse del programma europeo React-Eu. In tutto ci sono a disposizione 13,5 miliardi di cui 8,4 per il Mezzogiorno. Per la sanità 1,71 miliardi, per il lavoro quasi 6 miliardi, per contrasto alla povertà e misure sociali 380 milioni, per scuola, università e ricerca 1,9 miliardi, per le Pmi 800 milioni, per la transizione ecologica 2,2 miliardi. Cinquecento milioni sono riservati all’assistenza tecnica per i progetti.

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