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Recovery, Draghi incontra i partiti e mette i paletti: il piano non cambia

Il Recovery plan non sarà riscritto dai partiti. Da qui al 30 aprile, quando il piano italiano sarà presentato alla Commissione di Bruxelles, saranno possibili integrazioni e aggiustamenti su suggerimento delle forze politiche, ma l’impianto resterà quello sostanzialmente già definito da Palazzo Chigi in tandem con il ministero dell’Economia e gli altri dicasteri di volta in volta interessati. E del piano faranno parte le tre riforme che l’Unione europea chiede da tempo all’Italia: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazioni.
Dunque è politica la mossa di Mario Draghi di incontrare i partiti di maggioranza e opposizione, ieri è stata la volta di M5S e Lega, domani Pd e Forza Italia, la prossima settimana gli altri e le forze sociali. L’obiettivo del presidente del Consiglio è fare del Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza o Recovery plan) un progetto il più possibile condiviso da tutti. Una proposta per ridisegnare il Paese dopo il tracollo economico dovuto alla pandemia. Non a caso Draghi – negli incontri di ieri – ha chiesto, soprattutto alla Lega, unità e invitato a non farsi dispetti e alimentare polemiche.
Se il piano vaccinale riuscirà a decollare, la priorità diventerà l’economia: l’emergenza prima (con il prossimo decreto Imprese entro fine aprile), la crescita solida e sostenibile dopo (con le risorse del Pnrr). Guardando anche oltre il 2026, anno in cui termineranno le erogazioni del fondo finanziato, per la prima volta, con l’emissione di titoli di debito comune europeo.
Il primo tassello di quella che a Palazzo Chigi chiamano “operazione crescita” è cominciata ieri. Per alimentarla servono innanzitutto investimenti pubblici, ricorrendo al “debito buono”, secondo la formula di Draghi: tra il 2022 e il 2033 è previsto nel Def approvato ieri, uno scostamento complessivo di bilancio di circa 72 miliardi di euro, circa 6 miliardi in media ogni anno. Un cambio radicale di paradigma che presuppone la riscrittura del Patto europeo di Stabilità e crescita per ora sospeso fino a tutto il 2022. D’altra parte è proprio questa la strategia del governo italiano che ha trovato l’importante sponda del commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni.
Risorse nazionali accanto ai 191,5 miliardi europei, 27 dei quali potrebbero essere anticipati già prima dell’estate con la consegna alla Commissione del Pnrr condiviso dal Parlamento italiano. Si tratta di una partita dai tempi decisamente lunghi, la cui durata va oltre quella dell’attuale governo. E in questa prospettiva — è il ragionamento che si fa tra Palazzo Chigi e Via XX settembre, sede del ministero dell’Economia — va considerata la questione della governance per la messa a terra del Recovery Plan. La struttura al vertice della piramide che avrà la supervisione politica non è stata ancora definita. Di certo sarà istituita a Palazzo Chigi, ne faranno parte il ministero dell’Economia, i due dicasteri strategici per le transizioni Digitale ed Ecologica e quello della Mobilità sostenibile. In questo governo tutti guidati da tecnici (Vittorio Colao, Roberto Cingolani ed Enrico Giovannini), ed è per questa ragione che alcuni settori politici chiedono di allargare lo schieramento ministeriale. Ma nei prossimi esecutivi (almeno fino al 2026) a guidarli potrebbero essere ministri politici. Anche qui un possibile cambio di paradigma, in questo caso per la composizione dei governi.
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