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Recovery, corsa contro il tempo I nodi governance e burocrazia

La corsa contro il tempo è cominciata. Il Recovery plan, approvato martedì notte dal Governo, approderà a breve alla commissione Bilancio della Camera, l’obiettivo è di arrivare in Aula per metà febbraio con il voto sulle risoluzioni. È questo il percorso deciso dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio che però non è affatto scontato. E non solo per la crisi di Governo aperta ieri. Dalle audizioni e dal confronto con i partiti di maggioranza ma anche dell’opposizone arriveranno non pochi suggerimenti a rivedere il piano. Anche perché – come ha fatto notare Renato Brunetta, responsabile economico di Fi – il nuovo regolamento per il Recovery approvato lunedì scorso dalle commissioni Bilancio e Affari economico del Parlamento europeo rende inevitabile la correzione del piano italiano, visto che sono state riviste perfino le regole di calcolo per l’erogazione dei sussidi a fondo perduto (grants). «Questa è una occasione da non perdere. Abbiamo la possibilità – ha sottolineato Brunetta – di rendere la proposta approvata a Palazzo Chigi non il Piano del Governo ma dell’Italia». L’esponente di Forza Italia tifa per la collaborazione tra maggioranza e opposizione. Ma tra gli alleati del centrodestra, Lega e FdI, prevale lo scetticismo. «Il Governo lo ha chiamato Piano nazionale di ripresa e resilienza(Pnrr) perché con parole a effetto pensa di poter impressionare gli italiani, ma più che resilienza richiede una grande pazienza e la speranza che il governo vada a casa».

Ma anche nella maggioranza (se tale resterà) non mancano le sollecitazioni. A partire da Iv, il partito di Renzi, protagonista della crisi, che ritiene ancora insoddisfacente il Piano, tant’è che le due ormai ex ministre di Iv, Bellanova e Bonetti, si sono astenute.

Un dibattito parlamentare molto acceso è solo uno degli ostacoli che l’attuale premier (o il prossimo) dovrà superare per arrivare alla scadenza del 30 aprile, termine ultimo per la presentazione del piano a Bruxelles. Se non siamo già in ritardo, poco ci manca. Vanificati i disegni di arrivare largamente in anticipo rispetto a quella scadenza da un iter di prima elaborazione tortuoso e a tratti misterioso, ora bisogna trottare. Né aiuterà il fatto che nessuno aveva visto il piano fuori delle segrete stanze di governo. Il confronto con le parti sociali, che Conte a parole ritiene sacrosanto, finora non c’è stato né al momento è calendarizzato. Sarà però un altro passaggio non facile, vista l’importanza del piano per il futuro dell’economia del Paese.

Bisogna aggiungere che la partita è cominciata solo per il documento centrale del Piano ma che i documenti collaterali o integrativi sono della stessa importanza, forse ancora più importanti. Il disegno della governance per l’attuazione del piano, anzitutto, con la scelta fra una task force o una delega a un ministro, che già è costata una crisi politica (lo scontro fra Renzi e Conte partì da lì). Servirà un decreto e se un nuovo governo nascerà (anche un Conte ter), questo sarà oggetto della trattativa. Per non parlare del necessario decreto legge per procedure eccezionali, senza le quali concludere gli investimenti infrastrutturali e verdi entro il 2026 resterà un sogno. Infine un aspetto che spesso si trascura: il Pnrr è un piano di investimenti e riforme e le riforme indicate nel piano (fisco, Pa e giustizia) bisogna farle o almeno dare chiari segnali che ci si incammina su quella strada.

Percorso a ostacoli per arrivare al 30 aprile e affrontare la partita tutt’altro che facile dell’esame di Bruxelles. Sarà un esame duro che risponderà a quattro criteri principali: rilevanza del piano rispetto agli obiettivi comunitari (ambiente e digitale), coerenza, efficienza ed efficacia. La commissione avrà otto settimane e altre quattro il Consiglio per ratificare. Senza intoppi il piano potrebbe arrivare a luglio e solo allora scatteranno gli anticipi che per l’Italia valgono circa 20-21 miliardi.

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