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Recessione più lunga, slitta la ripresa

La doppia recessione che ha colpito l’economia nazionale da quando è esplosa la crisi imporrà lo «slittamento in avanti», almeno fino alla primavera-estate del 2013, di una possibile inversione di tendenza. Non è all’orizzonte alcuna «svolta ciclica», quanto meno non si è ancora concretamente manifestata. Uno scenario che sconta il peggioramento del quadro internazionale, in atto dall’inizio dell’estate e con probabile prolungamento a tutto l’autunno. Tutti elementi che inducono il Centro studi di Confindustria a mantenere invariata nelle nuove previsioni presentate ieri, come ha spiegato il direttore Luca Paolazzi, la stima di una contrazione del Pil del 2,4% per l’anno in corso, ma a ritoccare al tempo stesso al ribasso la previsione per il 2013: -0,6% contro il precedente -0,3 per cento.
Siamo in piena recessione, e non è una novità. Gli scenari prospettati dal rapporto autunnale di Confindustria lo confermano. Con un’aggiunta, per nulla rassicurante: si tratta di stime costruite su uno scenario “ottimistico”. Il punto è che non si colgono segnali, quanto meno, di un’«attenuazione della caduta». Permangono al contrario «rischi al ribasso», da attribuire per gran parte al protrarsi del ciclo internazionale negativo, ma anche alle incertezze connesse alla concreta operatività dello scudo antispread. Gli indicatori, per quel che ci riguarda, sono una sorta di bollettino di guerra: la caduta della domanda interna – osserva il Csc – si attenua nel 2013 (-0,7%) ma resta netta nell’anno in corso (-4,8%) ed è da porre in relazione soprattutto all’inquietante, violenta contrazione dei consumi delle famiglie (-3,2%), «che nel dopoguerra trova riscontro solo nella flessione del 1993 (-3%) e che in termini pro capite (-3,6%) non ha eguali». Anche allora nel 1993, la recessione fu innescata dagli effetti depressivi della maxi-manovra varata nel 1992 dal governo per evitare la bancarotta. Oggi si registra un netto peggioramento dell’occupazione, che secondo il Csc porterà la disoccupazione nel 2013 al 12,5 per cento.
D’altra parte si osserva come le retribuzioni di fatto aumenteranno (+1,1% nel 2012 e +0,9% nel 2013) ma «molto meno di quelle contrattuali, perché le aziende tenderanno a recuperare margini agendo su altre voci della busta paga». L’inflazione è indicata al 3,1% nel 2012 e in discesa al 2,3% nel 2013, «e sarà alimentata, oltre che dall’aumento del carico fiscale e parafiscale, anche dalla pressione del Clup (+2% nel 2012 e +1,2% nel 2013) che comprime i margini delle imprese». In un quadro complessivo che registra altresì il crollo degli investimenti (-8,8% nel 2012) si segnala il dato, l’unico positivo tra le variabili della domanda, relativo alle esportazioni (+0,7% e +1,2% nel biennio).
Tutt’altro scenario si presenta per quel che riguarda i conti pubblici. La cura dimagrante imposta dalle manovre del 2011, causa tutt’altro che secondaria della recessione in atto, consentirà di conseguire dei progressi che il Csc definisce “impressionanti”, soprattutto se ci si sofferma sul saldo primario (4% del Pil nel 2013, «il più elevato tra i paesi avanzati»). Nel 2010, questo fondamentale indicatore che registra il rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi era pari a zero. La stima di un deficit pari all’1,4% del Pil incorpora il peggioramento del ciclo. Non sarà dunque possibile conseguire l’obiettivo del pareggio nel 2013 (con riferimento all’indebitamento netto), che viene però raggiunto in termini strutturali (dunque al netto delle variazioni del ciclo). Saldo che registrerà un progresso di 3,2 punti percentuali rispetto a tre anni prima.
«In Italia – ha osservato Paolazzi – mancano le condizioni per investire. La burocrazia frena le imprese, inoltre i ritardi nei pagamenti da parte della Pa costituiscono un debito occulto su cui occorre far luce». Da qui partono le «Sfide della politica economica» discusse ieri in occasione della presentazione del Rapporto. Alle incertezze legate allo scenario economico si aggiunga l’incognita delle elezioni politiche della prossima primavera: «Non è chiaro con quali norme si andrà al voto». Al momento, si osserva come a condizionare le decisioni di spesa delle imprese vi siano «il basso utilizzo della capacità produttiva», sceso nel secondo semestre dell’anno al 69,5% dal 70% del primo semestre, cui si aggiunge «il peggioramento delle aspettative sulla domanda interna», e il credit crunch «aggravatosi a partire dagli ultimi mesi del 2011».

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