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Rebus sulla cedolare Airbnb, gettito a rischio

Nata in tutta fretta, rispolverata per far quadrare i conti della manovrina di primavera, la cedolare secca al 21% sugli affitti turistici tra privati (la “tassa Airbnb”) rischia di mancare il suo obiettivo. Far emergere un mercato che fino ad oggi si è mosso tra grigio e nero, costringendo gli intermediari, tecnologici e non, ad agire come sostituto di imposta. Così come è scritta infatti la legge offre una scappatoia alle varie Airbnb a Booking, proprio loro. E rischia di far ricadere l’onere di raccogliere l’imposta solo sugli agenti immobiliari “analogici”, come denunciato ieri in audizione alla Camera dall’associazione di categoria Fiaip. Con un gettito ben lontano dagli obiettivi del Tesoro, che dalla misura si attende di incassare a regime 140 milioni di euro l’anno.
L’equivoco sta tutto in una parola: intermediari. Troppo stretta o troppo larga, a seconda dei punti di vista, per catturare le proteiformi piattaforme tecnologiche. Prendete Booking e Homeaway, portale di affitto del gruppo Expedia. Loro non gestiscono il pagamento, che transita attraverso carta di credito direttamente dall’ospite al proprietario di casa, oppure è regolato in contanti all’arrivo. Come possono trattenere le tasse se i soldi non passano da loro?
Quanto ad Airbnb, la startup della nuova ospitalità fa in effetti da cassa. Ma il ruolo di sostituto d’imposta lo rifiuta, perché legato alla stabile organizzazione in Italia. Lei si limita a fornire un servizio, dall’Irlanda, Booking dall’Olanda. Così come è contestato l’obbligo di trasmettere i dati sui contratti, che violerebbe le norme Ue sulla privacy. Airbnb si dice pronta a collaborare con il Fisco, ma non a queste condizioni.
La solita melina dei giganti hi-tech secondo Francesco Boccia del Pd, presidente della commissione Bilancio della Camera dove ieri sono passati tutti i protagonisti del settore: «La legge va aggiustata – riconosce – però le piattaforme non possono fare finta di non esistere». Ma una melina che rischia di trovare solidi appoggi nelle norme italiane e europee. Lo denunciano pure gli agenti immobiliari: questo testo manca le multinazionali digitali e colpisce solo loro, intermediari con patentino ufficiale e partita Iva tricolore.
Un lavoro di messa a punto con gli operatori poteva essere fatto prima di introdurre la norma in un decreto urgente. Tant’è: ora si proverà a correggerla in Parlamento. Magari, come suggerisce l’associazione dei property managers, estendendo l’obbligo a chiunque operi nel settore delle locazioni turistiche. Oppure, dicono fonti della maggioranza, studiando accordi ad hoc tra piattaforme tecnologiche e Entrate. Di certo con tempi più lunghi rispetto a quelli previsti dal governo. La cedolare secca doveva scattare a giugno, assicurando già quest’anno un gettito di 81 milioni di euro. Ma un rebus irrisolto come la tassazione del digitale non va d’accordo con l’emergenza dei conti pubblici.

Filippo Santelli

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