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Reati fiscali, patteggiamento a rischio

di Antonio Iorio

La riforma dei reati tributari, arrivata con l'approvazione della manovra di Ferragosto (Dl 138/2011, convertito dalla legge 148/2011), ha previsto che la possibilità di beneficiare del patteggiamento comporta obbligatoriamente l'estinzione della violazione fiscale che ha determinato l'illecito penale. "Cancellazione" che può avvenire in vari modi. Tuttavia, in base a un orientamento della Cassazione risalente al 2004 e poi ribadito anche in seguito, l'accertamento con adesione sarebbe escluso.

La circostanza è molto rilevante in quanto è prevedibile che in futuro – non fosse altro per beneficiare del patteggiamento – molti contribuenti imputati per reati tributari proveranno a estinguere il debito tributario, facendo ricorso principalmente all'accertamento con adesione che rappresenta la modalità più conveniente.

Il quadro normativo

L'articolo 13 del Dlgs 74/2000, prima delle modifiche introdotte dalla conversione del Dl 138/2011, stabiliva che le pene previste per i delitti tributari erano diminuite fino alla metà e non si applicavano le pene accessorie previste se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei delitti, venissero estinti mediante pagamento, anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all'accertamento previste dalle norme tributarie.

Le modifiche introdotte il 17 settembre scorso prevedono che la diminuzione delle pene, una volta estinto il debito tributario, sia di un terzo e non più della metà. Ma se il contribuente vuole ottenere il patteggiamento, deve obbligatoriamente estinguere il debito e quindi far ricorso alla citata procedura. In sostanza il diretto interessato deve prima:

– estinguere ai fini fiscali il debito tributario che costituisce delitto – come anticipato – ricorrendo anche alle procedure conciliative vigenti nell'ordinamento tributario;

– corrispondere le sanzioni tributarie nonostante, per il principio di specialità, potrebbero non trovare applicazione.

L'articolo 13 non sembra dare adito a particolari dubbi in quanto fa espresso riferimento sia alle speciali procedure conciliative (si pensi alla conciliazione tributaria), sia all'accertamento con adesione. A confortare tale interpretazione è la stessa amministrazione finanziaria con la circolare 154 del 2000. Secondo tale documento, infatti, per debiti tributari si devono intendere le somme dovute in base alla disciplina tributaria a titolo di imposte e relativi interessi, nonché di sanzioni amministrative.

Sul punto, la circolare ritiene, in virtù della formula normativa “aperta”, che si devono ritenere applicabili tutte le tipologie di definizione dei rapporti tributari, quali l'accertamento con adesione, la conciliazione giudiziale, l'acquiescenza da parte del contribuente e il ravvedimento, nonché tutte quelle, eventuali, di futura introduzione. Si pensi, per esempio, agli istituti dell'adesione al Pvc o all'invito al contraddittorio, previsti dall'ordinamento successivamente all'entrata in vigore dei reati tributari.

Il pagamento del debito tributario va effettuato secondo le regole e le modalità proprie della tipologia di definizione adottata. Nei casi previsti è addirittura ammessa, secondo la circolare, la compensazione.

L'orientamento

Nonostante la chiara previsione normativa e i chiarimenti della stessa amministrazione, occorre segnalare che la Cassazione (si veda l'articolo a lato) verosimilmente a causa di un refuso nella redazione della massima di una sentenza, ha escluso che l'adesione consenta di beneficiare delle attenuanti in questione e quindi in futuro del patteggiamento.

In realtà dovrebbe trattarsi solo dei casi di adesioni mediante rateazioni non concluse prima dell'apertura del dibattimento. Ma finora gli interventi della Suprema corte si sono uniformate a questa massima.
 

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