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Reati fiscali, imprese in difesa

Imprese sotto assedio in caso di illeciti tributari. E vita dell’impresa ancora più difficile se l’imprenditore si imbatte in un reato fiscale. È questa la conclusione a cui si giunge analizzando l’impatto delle due sentenze depositate nei giorni scorsi da due organi giurisdizionali diversi, parimenti autorevoli quali la corte di giustizia Ue e la corte di cassazione in tema di diritto penale tributario (si veda ItaliaOggi del 27/2/2013).

Il riferimento è in prima battuta alla sentenza della Corte di giustizia – causa C-617/10 – e il secondo alla pronuncia 7877/13 della Corte di cassazione ed agli effetti dirompenti che le stesse provocheranno in seno all’impresa.

Da un lato, infatti, la Corte di Lussemburgo sancisce la doppia sanzione, fiscale e penale, in presenza di un reato commesso in ambito tributario, e dall’altro, quasi a rafforzare (inconsapevolmente) il concetto, la Corte di cassazione continua ad estendere anche al profitto l’applicazione della confisca per equivalente di cui all’art. 322-ter c.p..

La Corte di giustizia Ue rileva che gli Stati membri, nell’esercizio della propria libertà di scelta delle sanzioni applicabili, possono applicare sanzioni amministrative, sanzioni penali ovvero una combinazione delle due, alla sola condizione che la sanzione fiscale sia di natura penale e sia divenuta definitiva ai sensi della Carta.

In particolare, la Corte di Giustizia, al fine di valutare la natura penale delle sanzioni fiscali, richiede una qualificazione giuridica dell’illecito nel diritto nazionale, della natura stessa dell’illecito e della natura nonché del grado di severità della sanzione in cui l’interessato rischia di incorrere.

Spetterà, poi, al giudice nazionale valutare, alla luce di tali criteri, se occorra procedere a un esame del cumulo di sanzioni fiscali e penali previsto dalla legislazione nazionale sotto il profilo degli standard nazionali – circostanza che potrebbe eventualmente indurlo a considerare tale cumulo contrario a detti standard – a condizione che le rimanenti sanzioni siano effettive, proporzionate e dissuasive.

I giudici di piazza Cavour, dal canto loro, decidono di seguire ancora una volta l’orientamento ormai consolidato in giurisprudenza che estende la confisca per equivalente anche al profitto del reato. Ciò in considerazione del rinvio operato dall’art. 1, comma 143, della legge 244/2007, all’art. 322-ter, senza – sostengono i Giudici – alcuna «specificazione di commi». Tale rinvio, infatti, farebbe sì – il condizionale è d’obbligo – che non si ravvisi alcuna violazione del principio di legalità, né che l’interpretazione così adottata possa considerarsi estensiva in malam partem. Inoltre, continuano i giudici, alcuna rilevanza neppure assumerebbe la pertinenzialità, laddove la confisca per equivalente non presupporrebbe «la dimostrazione del nesso pertinenziale tra reato e somme confiscate (o sequestrate)», venendo altresì meno, in tal modo, la verifica preliminare circa l’effettiva disponibilità del bene nel patrimonio dell’indagato.

Sarebbero, dunque, assoggettabili alla confisca quei beni nella disponibilità dell’imputato per un valore corrispondente a quello relativo al profitto o al prezzo del reato.

Ciò che ne emerge, dunque, è una maggiore esposizione dell’imprenditore, laddove quest’ultimo, per un medesima violazione, potrebbe vedersi comminare una sanzione doppia, ovvero sia in ambito tributario che penale, la stessa anticipata da una misura preventiva, quale la confisca per equivalente. Ma non solo. La suddetta confisca potrebbe essere tranquillamente applicata, come visto, sia in relazione al prezzo, sia in relazione al profitto.

Con riferimento a quest’ultimo aspetto, i Giudici di legittimità hanno avuto cura di individuarne il perimetro, definendo il profitto confiscabile «non solo un positivo incremento del patrimonio personale, bensì qualsiasi vantaggio patrimoniale derivante direttamente dalla consumazione del reato e quindi anche in risparmio di spesa».

E va da sé, se ciò è vero, che qualsivoglia maggiore imposta accertata, in quanto (seppur teoricamente) qualificabile come risparmio di spesa, potrebbe divenire presupposto (sicuramente inaccettabile) per la confisca per equivalente.

Conclusione paradossale, infatti, questa, se solo si pensa alla evidente sproporzione non solo delle misure sanzionatorie in tal modo applicate ex se, bensì tra queste e la tutela – a questo punto insufficiente – del contribuente, pur esplicata in sede di giudizio.

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