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Reati fiscali, imprese all’appello

L’introduzione dei reati fiscali nel catalogo 231, avvenuta l’anno scorso, sta dando un forte impulso all’adozione dei modelli organizzativi per le imprese che ne siano ancora prive. Infatti, i reati tributari possono manifestarsi in ogni tipo di impresa, senza esclusione legata alle dimensioni o al settore di appartenenza, costituiscono quindi un fattore di rischio molto pervasivo.

E disattendere la norma può costare molto caro, non solo in termini economici.

Giulia Maria Mentasti, avvocato, senior associate Loconte & Partners, specializzata in diritto penale d’impresa, fa il punto con ItaliaOggi Sette sullo stato dell’arte del dlgs 231/2001 a vent’anni dalla sua comparsa nell’ordinamento italiano.

Domanda. Proprio in questi giorni compie 20 anni il dlgs 231/2001. Qual è l’importanza di questa riforma?

Risposta. Ha stravolto la fisionomia del diritto penale italiano, ma soprattutto la vita stessa delle imprese; infatti, è al decreto 231 che si deve l’introduzione nell’ordinamento italiano di una forma di responsabilità penale o para-penale degli enti, testualmente definita come «amministrativa da reato». Dopo decenni in cui gli enti erano risultati completamente deresponsabilizzati per i reati commessi dai propri vertici o dipendenti, a far data dall’entrata in vigore del decreto, sono chiamati a risponderne ogni qualvolta sia ravvisabile un interesse o un vantaggio della società.

D. Cosa rischia in concreto l’ente?

R. Sanzioni molto gravose. Per quella pecuniaria, il dlgs impone di modulare la sanzione su un numero di quote da 100 a mille in relazione alla gravità dell’illecito; mentre il valore monetario di ogni singola, variabile tra 258 e 1.549 euro, va determinato in base alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente.

Di conseguenza, la società potrà essere chiamata a pagare anche più di un milione e mezzo di euro. Inoltre, alle sanzioni pecuniarie si cumulano le interdittive, che si caratterizzano per la capacità di limitare, fino ad arrivare a paralizzarla del tutto, l’attività dell’ente: l’interdizione dall’esercizio dell’attività; la sospensione o la revoca di autorizzazioni, licenze o concessioni; l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi; il divieto di pubblicizzare beni o servizi. Ancora, con la sentenza di condanna il giudice dispone sempre la confisca del prezzo o del profitto del reato, anche per equivalente laddove non siano aggredibili in via diretta. Da ultimo, deleteria per l’immagine dell’ente potrà risultare la pubblicazione della sentenza di condanna.

D. C’è un modo per salvarsi da queste gravose sanzioni?

R. Condicio sine qua non per l’ente per andare esente da responsabilità in caso di instaurazione di processo nei suoi confronti è l’implementazione di un modello di organizzazione, gestione e controllo (cosiddetto mog), idoneo a prevenire i reati della specie di quello verificatosi. È per questo che al dlgs 231 va il merito di aver sollecitato un generale processo di ammodernamento delle imprese e di adozione di un efficace sistema di presidi di controllo che, sebbene in prima battuta possa essere percepito come un onere burocratico gravante sui bilanci, viene poi riconosciuto come utile, oltre alla prevenzione di reati da parte dei propri apicali e dipendenti, alla stessa operatività aziendale.

D. Nei primi anni non si è sentito molto parlare di questa norma, poi nel tempo è stata sempre più attenzionata dalle imprese. Perché?

R. Sicuramente tra le primarie ragioni vi è che, mentre l’ambito di applicazione originario era ridotto a pochi delitti, il dlgs 231/01 ha visto negli anni aumentare significativamente il novero dei reati in grado di determinare una responsabilità delle società: dai reati contro la p.a. ai reati societari, dai reati informatici all’associazione per delinquere e al riciclaggio, delitti, questi due ultimi, peraltro potenzialmente in grado di coinvolgere qualunque ipotesi di illecito penale, anche «fuori catalogo».

E ancora si pensi all’ampliamento agli infortuni sul lavoro e ai reati ambientali: mentre fino a quel momento l’applicazione del dlgs pareva a molti un’esigenza più legata alle realtà aziendali complesse anche sul piano della corporate governance, l’inclusione di tali ipotesi ha posto un problema di adozione del mog sostanzialmente in tutte le imprese ove si possa verificare un incidente sul lavoro o una gestione dei rifiuti non conforme alla normativa. L’introduzione dei reati tributari nel catalogo, avvenuta l’anno scorso, ha infine avuto un impatto enorme.

D. Impatto enorme sulla stessa decisione delle imprese di dotarsi di un mog?

R. Sì assolutamente; l’introduzione dei reati fiscali nel catalogo 231 potrebbe anzi costituire proprio l’impulso ad adottare i modelli organizzativi per le imprese che ne siano ancora prive. Infatti, i reati tributari possono manifestarsi in ogni tipo di impresa, senza esclusione legata alle dimensioni o al settore di appartenenza, essendo di immediata evidenza come gli adempimenti fiscali, nonché ancor prima il ciclo attivo e passivo, accomunino tutte le aziende. Inoltre, a differenza di altri illeciti, quelli tributari sono pervasivi nel contesto dell’attività di impresa ed è quasi impossibile relegarli in ambiti di attività specifici o circoscritti.

D. Sta avendo riscontro del cambiamento nella sua diretta esperienza professionale?

R. Sì, le aziende sono sempre più consapevoli non solo del rischio che una condanna 231 rappresenta sia in termini di probabilità che di impatto, ma anche dell’opportunità offerta dal mog di efficientare l’ambiente operativo, assicurando un costante check up aziendale, la tracciabilità delle operazioni, un coerente sistema di attribuzione dei poteri e di deleghe, processi regolamentati, controllati ed efficaci. Senza contare che a rafforzare la propensione all’adozione del mog hanno contribuito diverse norme di secondo livello e regolamenti, quali alcune disposizioni regionali che lo impongono a tutte le imprese che vogliano operare in regime di convenzione con la regione, o il regolamento dei mercati di Borsa Italiana spa, che ne prevede l’obbligatorietà per ottenere la qualifica Star; o ancora il codice degli appalti, che, per la partecipazione a procedure pubbliche relative a servizi o forniture, riduce l’importo della garanzia provvisoria alle imprese dotate del mog 231. Certo, l’incentivo sarebbe maggiore se il legislatore prevedesse misure premiali di più ampio respiro.

D. Cos’altro ci si aspetta dal legislatore?

R. Ci sono diverse norme che necessiterebbero di un allineamento. Tra le questioni più lampanti, il dlgs 74/2000 accorda la non punibilità anche dei più gravi reati fiscali a chi estingua il debito tributario spontaneamente mediante ravvedimento operoso, incoraggiando così l’emersione e salvando dalle conseguenze di un’autodenuncia. Al contrario, il dlgs 231/2001 prevede con una norma ad hoc che l’estinzione del reato per il sopravvenire di causa di non punibilità, quale è il pagamento del debito tributario, non abbia ricadute sulla responsabilità dell’ente. Così che è possibilità nient’affatto remota che l’assillo di una contestazione 231 generi un evidente conflitto di interessi tra autore del reato e società, frenando la condotta riparatoria. Per questo è auspicabile un intervento legislativo che riequilibri gli interessi repressivi e le finalità riscossive in gioco.

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