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Rcs libri a Mondadori, sì dalla Borsa

l mercato ha accolto con favore la vendita di Rcs Libri a Mondadori concluso domenica sera: il titolo di Rcs Mediagroup ha guadagnato ieri in Piazza Affari il 5,39%, la casa editrice di Segrate il 2,31%.
L’accordo, che al closing (dopo la verifica Antitrust) porterà nelle casse del gruppo guidato da Pietro Scott Jovane e presieduto da Maurizio Costa 127,5 milioni, «fa parte della nostra strategia per disporre di nuove risorse da investire nel piano che presenteremo nelle prossime settimane», ha detto ieri il direttore finanziario di Rcs Riccardo Taranto. La vendita dei Libri, ha aggiunto, consentirà al gruppo di «sedersi con i finanziatori per rivedere le condizioni applicate. Ci incontreremo al più presto, è la prima cosa che farò». L’aumento di capitale «non è al momento sul tavolo. Il consiglio ha la facoltà di valutare se sia necessario; in questo momento non credo ce ne sia l’esigenza». Nel frattempo il gruppo lavora alla cessione delle attività tv in Spagna, «l’ultimo degli asset non core» rimasto da vendere.
Sull’operazione ieri è intervenuto poi l’amministratore delegato di Mondadori, Ernesto Mauri: «Per noi è frutto di una scelta strategica cui siamo giunti dopo aver condotto nel 2013 un piano di risanamento e rilancio del gruppo. Un cambio di passo che ha portato a focalizzarci sui nostri core business. Siamo pronti per una nuova fase di sviluppo».
Fuori dalla Borsa molta attenzione si è invece concentrata sul fatto che l’operazione porterà alla creazione di un nuovo polo nell’editoria che, ai dati attuali, verrebbe a detenere il 35% circa del segmento trade (cioè esclusa scolastica, rateale-collezionabili e digitale) e il 23-25% del settore scuola. Sul punto è tornato Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività culturali: «Ho già detto come la penso sui rischi di questa operazione sul delicato mercato dei libri. Ma ho anche ripetuto dal primo minuto che il governo non può e non deve intervenire. Sarà semmai l’autorità Antitrust, secondo la legge, a valutare come sempre e nella sua totale indipendenza».
Secondo Paolo Mieli, presidente di Rcs Libri, «Rizzoli e Mondadori sono come Coppi e Bartali, è normale che la fusione faccia clamore. In futuro nasceranno gruppi editoriali sempre più grandi. Non dobbiamo preoccuparci né opporci. È ridicolo descrivere questa operazione come una manovra autoritaria».
Più preoccupazioni che segni di ottimismo provengono però dal mondo degli autori. «L’editoria non è un’industria come le altre. Non ha bisogno di mercato globale, né ha bisogno di colossi per sopravvivere, l’accordo è solo una speculazione», ha detto Sandro Veronesi (pubblicato da Bompiani) che il 21 febbraio ha firmato sul «Corriere della Sera» un appello con Umberto Eco e altri 46 scrittori contro l’operazione. Michele Mari (Einaudi) ritiene «inquietante» questa «concentrazione monopolistica»: «Le singole sigle non saranno mai autonome come in passato. Alla fine le case editrici tendono a diventare delle collane». Per Dacia Maraini (Rizzoli) «è un errore in generale perché il mercato deve essere fatto nella concorrenza della pluralità». «È già accaduto tutto, i buoi sono scappati», dice Aurelio Picca (Rizzoli), « gli artisti sono fuori dal coro, solitari e non li vuole più nessuno». Secondo invece Nicola Lagioia (Premio Strega 2015, Einaudi) «le case editrici non perderanno impronta e autonomia. Einaudi non l’ha persa. Vedremo come andrà», E Giancarlo De Cataldo (Einaudi) «è nell’interesse di un colosso preservare l’autonomia dei marchi. Non credo saranno suicidi e vogliano tutti libri uguali».

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