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Rcs, il patto verso l’ok all’aumento

Le banche hanno steso una rete di sicurezza, impegnandosi a far fronte all’inoptato del necessario aumento di capitale Rcs in proporzione alla propria esposizione creditizia, ma ora tocca ai soci fare la propria parte. La riunione del patto di sindacato che riunisce il 58% del capitale si è conclusa con la presa d’atto dell’ineluttabilità della ricapitalizzazione: Rcs ha bisogno urgente di una prima iniezione di mezzi freschi da 400 milioni per garantire le continuità aziendale. L’ad Pietro Jovane ha illustrato i dettagli del piano che sarebbe stato accolto favorevolmente. Ora i soci del patto dovranno dare la loro risposta definitiva se aderire o meno all’aumento, con un impegno formale, entro venerdì. Domenica poi Rcs riunirà il cda per convocare, nell’ultima settimana di maggio, l’assemblea che dovrà approvare bilancio e aumento, operazione che partirà a giugno per concludersi entro luglio.
Il dato di fatto è che la ricapitalizzazione si prospetta così diluitiva che chi decidesse di non sottoscrivere andrebbe incontro a un ridimensionamento radicale della propria quota, di fatto mettendo una pietra sopra all’investimento. Le posizioni più riluttanti sarebbero state ammorbidite dalla prospettiva che, dopo l’intervento d’emergenza (l’obiettivo prioritario, appunto, è non compromettere la continuità aziendale), si lavorerà per unificare le responsabilità decisionali.
Mediobanca, che riunisce oggi il proprio cda con l’aumento di capitale Rcs come unico punto all’ordine del giorno, è convinta che serva una discontinuità per uscire dall’impasse, che vada individuata cioè una soluzione industriale con la ricerca di un “editore” di riferimento, eventualmente affiancato da un partner finanziario. L’approccio è analogo a quello adottato per il caso FonSai, risolto con l’intervento di Unipol. L’amministratore delegato di UniCredit, Federico Ghizzoni, ha evitato però di commentare l’ipotesi di un possibile interessamento del gruppo tedesco Axel Springer, nel cui consiglio siede il presidente della banca, Giuseppe Vita, recentemente dimessosi dal board di Rcs.
Alla riunione era assente il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa-Sanpaolo, Giovanni Bazoli, per precedenti impegni alla Fondazione Cini. Bazoli partecipa al patto in rappresentanza di Mittel, mentre per la banca milanese, titolare di una quota del 4,927%, era invece presente l’ad Enrico Cucchiani. Assente, per impegni professionali, anche l’ad di Edison Bruno Lescoeur. Dalla riunione, che si è conclusa poco dopo le 20, erano usciti anticipatamente, per analoghi motivi, il presidente Pirelli Marco Tronchetti Provera e il presidente Fiat John Elkann. Debutto invece per Pierluigi Stefanini, presidente Unipol, la compagnia che ha ereditato da FonSai il 5,257% che faceva capo ai Ligresti. Alla riunione era presente anche Federico Imbert per il Credit Suisse, advisor della società per la ricapitalizzazione.
Al termine il presidente del patto, Giampiero Pesenti, ha commentato: «È stata senz’altro una riunione proficua». Pesenti ha anche aggiunto di non credere all’ipotesi di uno scioglimento anticipato del patto, che termina a marzo dell’anno prossimo (con le disdette da inoltrare a settembre). La posizione di Italmobiliare (7,419%) sarà decisa dal cda della holding, ha precisato Pesenti.
All’interno del patto, Mediobanca farà la propria parte come azionista (col 13,699% è il primo singolo azionista del sindacato) e come istituto creditore pro-quota (50 milioni di esposizione) per l’eventuale inoptato. Lo stesso dicasi per Intesa (4,927% la quota azionaria, circa 300 milioni la posizione creditizia). Orientati a sottoscrivere sono anche Fiat (10,291%), FonSai (5,257%), Pirelli (5,239%), Lucchini (2,038%). Più dubbio invece il sì di Generali (3,713%), dal momento che il nuovo ad Mario Greco è intenzionato a concentrarsi sul core business assicurativo. Merloni (1,228%) è dato per il no. Fuori patto la famiglia Rotelli (titolare del 16,5% dei diritti di voto) sta ancora valutando il da farsi, Diego Della Valle (8,695%) sarebbe orientato a sottoscrivere per non diluirsi, mentre Benetton (5,1%) avrebbe già deciso di rinunciare di fronte a un progetto industriale non ritenuto convincente.

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