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Rcs cade in Borsa, catenaccio dei grandi soci

Rcs subisce in Borsa il contraccolpo dell’annuncio della prossima uscita dal capitale del suo primo azionista Fca: il titolo ha ceduto il 7,87% a 0,56 euro. Reazione del tutto logica dal momento che la quota del 16,73% non sarà trasferita nè in blocco nè in parte a un nuovo socio entrante, ma sarà frazionata, via scissione, tra gli azionisti della casa automobilistica. L’operazione passerà da un’assemblea di Fca che si terrà a metà aprile, dopodichè, secondo le regole olandesi, dovranno trascorrere 60 giorni per procedere con la distribuzione delle azioni. Exor ha assicurato che la sua quota, circa il 5%, sarà ceduta sul mercato, e non a un singolo acquirente, anche perchè se avesse voluto (o potuto) farlo sarebbe stato più facile vendere l’intero 16,73% di Fca. La vendita (magari con un equity swap) dovrà essere effettuata prima del closing dell’operazione Itedi-L’Espresso, quindi entro il primo trimestre dell’anno prossimo.
I tempi invece sono più stretti per quanto riguarda il residuo 11-12% che sarà distribuito agli altri soci a metà giugno e che rischia seriamente di far pressione sui corsi Rcs. È logico infatti ipotizzare che gli azionisti della casa automobilistica non avranno interesse a tenere in portafoglio un titolo del settore media e tenderanno quindi a rivendere le azioni. Intorno a Rcs però – a quanto risulta – si è compattata una fetta di azionariato, che ha assicurato di restare in partita, almeno per il momento. Il gruppo comprenderebbe i principali soci: Della Valle (7,32%), Mediobanca (6,25%), Cairo e Unipol (4,6% ciascuno), Pirelli (4,4%). Presto per dire se all’interno di questo gruppo si troverà qualcuno disposto a tamponare le scontate vendite del mercato. L’ad di Unipol, Carlo Cimbri, ha messo le mani avanti: «Non abbiamo mai detto di voler vendere, ma nemmeno di voler salire». D’altra parte, ha aggiunto, «credo che dobbiamo tutelare il nostro investimento garantendo stabilità al gruppo», perchè «occorre consentire alla dirigenza di portare avanti il piano su cui è impegnato».
Difficile in questa fase ipotizzare un innesto esterno. Gianfelice Rocca e Techint, chiamati in causa dalle voci, hanno escluso con una nota ufficiale qualsiasi «interesse o coinvolgimento» nel settore. Ma è chiaro a tutti che una soluzione per il riassetto dell’azionariato Rcs prima o poi andrà trovata. D’altra parte, un grosso ostacolo a riguardo continua a essere il debito che è ancora vicino al mezzo miliardo e che non si ridurrà abbastanza neppure con il prossimo incasso dalla vendita della Libri. Lo stesso piano industriale, preparato prima di Natale dal nuovo ad Laura Cioli, insiste sul taglio dei costi, ma ci vorrà tempo per dispiegarlo. Nel frattempo si sta ancora discutendo con le banche la rinegoziazione del debito: il nodo è l’aumento di capitale (delega al cda rinnovata a dicembre) che il principale finanziatore, il gruppo Intesa-SanPaolo, vorrebbe mantenere collegato ai prestiti, a garanzia del credito.
Fiat dice dunque addio ai giornali: dopo 100 anni per La Stampa, che era stata comprata nel 1920, e dopo 40 per il CorSera. Della svolta epocale ne beneficia l’Espresso degli amici-rivali De Benedeti : il gruppo editoriale (che oltre al settimanale omonimo è proprietaria della testata La Repubblica e di 17 giornali locali) ha siglato un accordo con Fca per l’acquisizione dei quotidiani La Stampa (Torino) e Il Secolo XIX (Genova), più la concessionaria Publikompass, che il gruppo torinese controlla tramite la Itedi. Tecnicamente l’operazione avverrà tramite una fusione di Itedi (77% Fca e 33% famiglia Perrone) dentro l’Espresso. Si diluirà Cir, la holding dei De Benedetti, che scenderà dal 53 al 40%; ed entreranno Fca col 16% (che poi distribuirà la quota come dividendo in natura: la holding Exor si ritroverà il 5%) e i Perrone. Ci saranno dei patti parasociali a regolare una struttura societaria e una governance complessa, ancora tutti da scrivere e che richiederanno un anno di lavoro. Il tam tam dei mercati si è però già messo in moto: rumors circolati ieri riferivano di ipotetiche opzioni incrociate put&call tra i due gruppi. Ma sta di fatto che il contratto non è ancora stato scritto e Exor e Cir, interpellate, hanno smentito entrambe.
Un annuncio storico, dunque, per l’industria dei media in Italia, che fa nascere un big nella carta stampata da 750 milioni di ricavi. All’indomani il mercato non ha però reagito con un rialzo corale dei titoli coinvolti. L’Espresso ha ceduto il 2,23% a 0,96 euro. Tuttavia occorre considerare che ci sono state prese di profitto sull’annuncio, atteso da giorni, e che il titolo era reduce da un rally del 40% dai minimi di febbraio. Gli analisti vedono «un impatto industriale e finanziario positivo dall’operazione». Per il settore dei media è stata una giornata a due velocità: +3,58% per il Gruppo 24 Ore (che pubblica questo giornale); -2,18% Mondadori e -2,7% MonRif.

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