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Rating sovrani, debuttano le calamità

Il violento terremoto che ha colpito il Cile tre settimane fa, pur di magnitudo superiore a 8.2, ha provocato solo una decina di morti e nessun danno serio alle cose. Per fortuna. Se si fosse trattato del Big one, sarebbe potuto costare al Cile fino all’8% del Pil e una diminuzione del suo rating (oggi AA-) di quasi due gradini (fino ad A).
Il calcolo arriva dalla regina delle valutazioni, Standard & Poor’s, e ci fa notare un aspetto spesso sottovalutato: le calamità naturali possono avere un impatto devastante sui fondamentali economici di un Paese, tanto da abbassarne sensibilmente il rating. Ecco perché investire nella salvaguardia idrogeologica e nelle strutture antisismiche non è mai una spesa superflua. Serve a salvare vite, innanzitutto. Ma anche a salvare l’economia. E a diminuire il debito pubblico.
È la prima volta che Standard & Poor’s pubblica la classifica dei Paesi a maggior rischio downgrading per colpa delle devastazioni naturali come terremoti, alluvioni o tempeste tropicali. E l’Italia nella Top ten c’è dentro fino al collo: è nel nostro Paese che si potrebbe verificare la sesta catastrofe più costosa al mondo. Un violento terremoto che causerebbe danni fino a 110 miliardi di dollari e che porterebbe con sé una sentenza di abbassamento del rating tra mezzo e un punto della scala S&P.
La catastrofe peggiore in assoluto? È un terremoto e potrebbe scuotere il Giappone più di quanto non abbia fatto lo tsunami del 2011. Secondo le stime di Swiss Re, potrebbe costare al Paese più di 949 miliardi di dollari. Secondo i calcoli di Standard & Poor’s, potrebbe abbassare il rating di Tokyo di oltre due notche. Quattro anni fa, il terremoto che devastò la centrare nucleare di Fukushima effettivamente portò a un downgrade del Giappone, da AA- a outlook negativo. Allora i danni furono stimati in 210 miliardi di dollari. Ma ad abbassare il rating del Paese non furono solo i danni diretti. Quando una catastrofe colpisce, i suoi effetti si propagano al di là dei crolli infrastrutturali o dei costi sanitari: per esempio, ricordano gli esperti di S&P, la capacità produttiva di un Paese diminuisce e con essa le sue esportazioni, di conseguenza diminuisce anche l’ingresso di valuta straniera nel Paese; l’aumento della spesa pubblica genera anche un aumento dell’inflazione; mentre le banche commerciali vedono deteriorarsi gli asset.
Al secondo posto, dopo il Giappone, il terremoto peggiore potrebbe capitare agli Stati Uniti e provocare perdite per 560 miliardi di dollari. A differenza del Giappone, dell’Italia e di molti altri Paesi esaminati nello studio di Standard & Poor’s, però, nella malaugurata ipotesi che si verificasse il Big one Washington rischierebbe un downgrade piuttosto contenuto, di soli 0,24 notche (meno di mezzo gradino). S&P è troppo patriottica? Solo in parte: la verità è che quanto più i fondamentali economici sono a posto, tanto meno un Paese è danneggiato, a parità di intensità di terremoto. Ecco perché il downgrade peggiore – oltre 2,5 gradini e mezzo della scala S&P – spetterebbe alla Repubblica dominicana in caso di tempesta tropicale. Anche se la tempesta più forte che si riesca ad ipotizzare colpirebbe non lo stato caraibico ma gli Stati Uniti, con danni prevedibili oltre i 322 miliardi di dollari.
Tra i paesi avanzati, Giappone a parte, nessuno rischia un abbassamento del rating superiore a quello dell’Italia, e questo già la dice lunga. Un terremoto estremamente violento potrebbe far scendere Israele di 0,67 notche (contro i nostri 0,83), così come potrebbe far scivolare l’Austria di 0,36.
Chi rischia di più, naturalmente, sono i Paesi emergenti. E proprio alcuni di questi sono tra i più interessanti dal punto di vista degli investimenti esteri. In Vietnam, per esempio, un ciclone tropicale potrebbe arrivare a causare danni per 54 miliardi e far scendere il Paese di quasi due gradini nella scala del rating di Standard & Poor’s. Alla Thailandia un’inondazione monstre potrebbe costare oltre 66 miliardi di dollari e 1,5 notche di rating. Un terremoto in Turchia potrebbe provocare danni per 147 miliardi di dollari e un abbassamento del rating di 1,2 gradini S&P.
Un tifone a Taiwan – peggiore di quello che ha colpito l’isola l’estate scorsa, con venti oltre 200 chilometri orari – può arrivare ad abbassare il rating del Paese di oltre un notche. Costerebbe all’isola oltre 42 miliardi di dollari. Meno di un’inondazione in Germania (danni stimati: 72 miliardi di dollari), ma decisamente più pericoloso dal punto di vista della tenuta economica: nonostante cotanta calamità naturale, infatti, il rating di Berlino non si sposterebbe di un millimetro. Chissà se per il dieselgate vale altrettanto.

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