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Rating sotto accusa ma resta l’influenza sui mercati

Inutile girarci intorno. A distanza di sei anni dalla crisi dei subprime e dei rating “AAA” assegnati ad alcuni prodotti di finanza strutturata, le “tre sorelle” Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch e le loro opinioni continuano a giocare un ruolo fondamentale nei mercati e nel funzionamento delle regole di base dei mercati. Contribuiscono alle scelte di investimento e disinvestimento di operatori finanziari e risparmiatori in tutto il mondo, perchè è difficile se non impossibile sostituirle; e restano uno snodo chiave di Basilea2 e della nuova Basilea3 per il calcolo dei coefficienti patrimoniali. Determinano, in aggiunta, i requisiti di ammissibilità e le valutazioni degli haircuts relativi agli asset utilizzati come garanzia collaterale dalle banche per prendere denaro in prestito nelle operazioni di rifinanziamento della Bce.
Wall Street prevede che le due agenzie quotate in Borsa, Moody e S&P, sfornino bilanci 2012 con un buon utile per via del loro fiorente business: i collocamenti dei bond societari e bancari, i prestiti subordinati, le cartolarizzazioni e i covered bond hanno ripreso quasi a ritmi pre-crisi, accompagnati dagli immancabili rating. D’altronde, senza il corredo di due rating, le banche non possono usare i bond come collaterale per i pronti contro termine con la Bce. E senza rating, i fondi, le compagnie di assicurazione, i gestori patrimoniali e i risparmiatori non dotati di un ufficio studi proprio – in grado di analizzare indipendentemente il merito di credito dell’emittente di bond – non potrebbero fare acquisti.
I prezzi delle azioni di Moody e S&P in Borsa sono stati bastonati dall’avvio della causa civile intentata dall’amministrazione di Barack Obama a Standard&Poor’s, che mira a un maxi-risarcimento danni da 5 miliardi: si tratta di una minaccia reale al mondo dei rating perchè, nel caso in cui l’agenzia dovesse perdere, aprirebbe gli argini a un fiume in piena di cause in tutto il mondo. Così com’è, tuttavia, è già un pesante danno reputazionale.
Lo scoppio della bolla speculativa immobiliare negli Usa e l’inadempienza dei debitori sui mutui subprime, rimpacchettati in CDO con rating “AAA” poi drasticamente declassati, hanno macchiato la reputazione delle agenzie di rating e i regolatori, anche su richiesta delle stesse agenzie, hanno provato in tutti i modi dal 2007 a privare i rating almeno del riconoscimento di attendibilità massima assegnato dagli organi istituzionali. Il tentativo è però fallito. Il passaggio da Basilea2 a Basilea3 offriva una ghiotta occasione per cancellare l’uso dei rating esterni tanto nella valutazione del rischio degli asset acquistati dalle banche (rating sugli emittenti) quanto nell’erogazione del credito (rating sul rischio controparte). Le grandi banche sono in grado di basare questi calcoli sul rating interno ma alle istituzioni finanziarie più piccole viene ancora consentito, tanto da Basilea2 quanto da Basilea3, il ricorso ai rating esterni. Inevitabile.
Lo stesso è accaduto per i collaterali accettati dalla Bce. Il manuale sulle procedure della politica monetaria per l’euro stabilisce che «per l’esame della qualità creditizia delle attività idonee, l’Eurosistema si avvale delle informazioni prodotte dai sistemi di valutazione del credito» tra cui «le istituzioni esterne specializzate nella valutazione del merito di credito (ECAI)». L’idoneità della garanzia collaterale e l’haircut (lo sconto) applicato dalla Bce vengono calcolati purchè vi siano due rating che accompagnano i bond oppure le cartolarizzazioni. Le banche che al momento emettono asset backed securities non per collocarli al pubblico ma per riacquistarli e usarli per finanziarsi presso la Bce devono comunque avvalersi di almeno due rating.
La Commissione europea e i regolatori di Bruxelles sono intervenuti come hanno potuto di recente con nuove regole – alcune non illuminate ma anzi controproducenti – per la supervisione e la governance delle agenzie di rating. Impossibile però imporre d’ufficio più concorrenza per ridimensionare il regno delle tre: la nascita di una grande agenzia di rating europea resta un miraggio. La nuova normativa, tuttavia, incentiva gli operatori come minimo a ricorrere maggiormente ai rating interni. Inoltre, nel risk management gli operatori non devono affidarsi in maniera «esclusiva e meccanicistica» ai rating esterni. Le autorità vigileranno in futuro per accertarsi che gli investitori istituzionali si attrezzino internamente per non affidarsi totalmente e incondizionatamente alle opinioni dei rating: questo è favorito anche dalle tre agenzie, che non vogliono caricarsi di responsabilità eccessive sulle sorti del mondo. Andranno evitate infine le ricadute negative date dalle “soglie”, che fanno scattare in via automatica le vendite in caso di declassamento: non a caso i rating sovrani minimi negli statuti dei fondi di liquidità e delle compagnie di assicurazione sono stati abbassati.

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