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Il rating? L’anti-credit crunch

Per le imprese a corto di liquidità a causa del credit crunch, esasperato dalla emergenza sanitaria, si prospetta una via di uscita. «È il giudizio sul merito creditizio, che misura la capacità dell’impresa di ripagare i propri debiti. Uno strumento che contribuisce ad avere una visione di insieme della salute generale delle imprese e rende più facile avvicinarsi ai mercati dei finanziamenti alternativi, come quello dei minibond». Non solo: «Nella definizione del business plan, consente di descrivere lo stato di salute di partenza e di stabilire una strategia di finanziamento sostenibile. E nella fase di collocamento del titolo, rassicura gli investitori sull’opportunità dell’investimento e sul rischio di insolvenza dell’emittente». A evidenziare le opportunità legate al rating di impresa è Valentino Pediroda, amministratore delegato di modefinance, società FinTech specializzata in soluzioni di Intelligenza Artificiale per la valutazione e la gestione del rischio di credito.

Il credit crunch resta uno scoglio per le imprese. In particolare le piccole che, stando ai dati Confesercenti, hanno perso 45 miliardi in 12 mesi pre-Covid.«La stessa Confesercenti, a settembre, definiva “una chimera” l’accesso al credito delle pmi», spiega Pediroda. «Quanto è successo nel 2020 con il lockdown non farà che esacerbare la situazione. Anche perché per effetto delle regole di Basilea da anni è stato imposto alle banche di assegnare alle imprese più piccole un indice di rischiosità aggiuntiva anche a parità di tutte le altre condizioni. Così nel tempo le banche hanno stretto i cordoni per preservare la qualità della propria patrimonializzazione», aggiunge l’a.d. spiegando però come le imprese abbiano delle frecce al proprio arco per rendersi più appetibili agli occhi di banche o altri soggetti eroganti finanziamenti. «Una di queste, probabilmente la principale, è il rating. Dotarsene, con un atteggiamento proattivo, può essere un primo passo per l’accesso a fonti di finanziamento anche alternative al credito bancario, come i minibond», spiega ancora Pediroda citando un’analisi condotta a inizio 2020 da modefinance su un campione di 187 mila aziende con fatturato tra i 2 e i 50 milioni di euro, che mostrava una fotografia piuttosto positiva in termini di merito di credito per queste pmi. Il 65% di esse si colloca nella fascia di rating intermedio identificata da BBB a B: ovvero presenta una situazione economico-finanziaria equilibrata, pur se con margini compressi.

È vero anche che si tratta della stessa categoria in cui, secondo i risultati di un successivo stress test condotto con il modello previsionale For-ST (Forecasting-StressTest) di modefinance, esiste il maggior rischio default ingenerato dalla crisi da Covid. Per la classe B la situazione è la più critica: con fatturati in calo del 20%, la probabilità di default si moltiplica, passando dallo 0,98 al 3,29% e diventando di gran lunga superiore a quella della tripla C al 2,38%.

Ma in cosa consiste e come funziona il rating? «Misura il merito creditizio di un’impresa, un parametro che consente di valutare le capacità di un soggetto di ripagare i debiti contratti», risponde Pediroda, «il processo che porta all’emissione del rating si compone di tre fasi. La prima è l’analisi dei dati quantitativi che si concretizza nel calcolo del credit score, un punteggio di affidabilità creditizia calcolato sulla base dei dati di bilancio, inteso a valutare l’equilibrio economico-finanziario dell’impresa. Segue poi l’analisi andamentale, che valuta i rapporti intrattenuti dall’impresa con il sistema bancario, attraverso la lettura dei dati forniti dalla Centrale Rischi della Banca d’Italia e dai Sistemi di informazione creditizia (Sic), e l’analisi degli aspetti qualitativi che possono influenzare l’andamento della società (capacità gestionali dell’impresa, situazioni politiche avverse, eventi imprevisti ecc.). Di questi step, quello che maggiormente contribuisce alla definizione del rating finale è il risultato dell’analisi qualitativa sugli ultimi dati di bilancio».

Nel 2020, l’analisi qualitativa viene effettuata sui bilanci 2019 perciò prima che il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus in Italia imponesse la chiusura delle attività. Tuttavia gli effetti della crisi potranno essere visibili dall’analisi della storia creditizia dell’azienda che, indagando le ultime segnalazioni inviate alla Centrale Rischi, fornisce un’informativa più aggiornata sulla salute dell’impresa. Ma il risultato dell’analisi qualitativa e andamentale potrà influire solo limitatamente sul rating finale assegnato all’impresa.

Quali in concreto le opportunità di finanziamento? «Il rating fornisce una certificazione dell’affidabilità creditizia dell’impresa a cui gli istituti finanziari sono tenuti a fare riferimento per la concessione del credito. In seguito al lockdown, sono però stati alleggeriti molti dei requisiti di accesso al credito bancario, tra cui i requisiti di eleggibilità alla garanzia pubblica erogata da Sace e dal Fondo Centrale di Garanzia», ricorda Pediroda. Un fattore che, insieme alla lenta crescita che ha caratterizzato tutto il periodo precedente il 2020, fa ben sperare sulle possibilità per le imprese di ottenere liquidità dai canali tradizionali.

Inoltre, le banche non sono le sole a erogare credito alle imprese. Molte iniziative vengono dalla finanza alternativa, un insieme di canali in grado di portare liquidità alle imprese in brevissimo tempo. Come l’emissione di minibond, attraverso cui le pmi possono raccogliere fino a 500 milioni di euro dagli investitori qualificati. «Negli ultimi mesi, la Consob ha esteso la platea di piattaforme di crowdfunding autorizzate a collocare minibond e la conversione in legge del decreto Liquidità ha esteso alle imprese emittenti prestiti obbligazionari la possibilità di ottenere la copertura della garanzia Sace. A patto che la società emittente abbia ottenuto una valutazione investment grade da parte di una Agenzia di Rating», dice ancora Pediroda, tra i fondatori di modefinance assieme a Mattia Ciprian.

Per l’emissione tout court di un minibond, non è invece obbligatorio avere un rating, ma è preferibile perché è un’informazione che aiuta nella definizione del business plan, consentendo di stabilire lo stato di salute di partenza e una strategia di finanziamento sostenibile dall’azienda. Nella fase di collocamento del titolo, un giudizio di affidabilità creditizia può rassicurare gli investitori sull’opportunità dell’investimento e sul rischio di insolvenza dell’emittente. I vantaggi dei minibond per le imprese sono diversi: è un canale che consente di diversificare le fonti di finanziamento e di ridurre la dipendenza dal credito bancario; ma anche e soprattutto avvicina le aziende al mondo finanziario in vista di eventuali future quotazioni (ipo), costituendosi come un primo passo per una maggiore e più sofisticata apertura del capitale.

«L’accesso a finanziamenti a medio-lungo termine incrementa la liquidità, migliorando in generale l’equilibrio economico-finanziario dell’azienda», conclude Pediroda. «Ciò può portare a sua volta a una valutazione più alta dell’affidabilità creditizia, migliorando le condizioni di accesso al credito bancario. Un circolo virtuoso che si innesca a partire dalla richiesta di rating e che sul rating ha un effetto benefico».

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