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Rating, è caccia alle alternative

La liquidità abbondante e a costi irrisori che circola sui mercati finanziari non arriva all’economia reale. È questo il problema intorno al quale si arrovellano gli analisti, nella convinzione che non vi potrà essere una ripresa vera e duratura fino a quando molte piccole e medie imprese si vedranno opporre il rifiuto alle richieste di finanziamenti. Una questione che chiama in causa i modelli di rating attraverso i quali le banche valutano la solidità delle imprese.

Superare Basilea. Secondo Marco Nardi, presidente di Sistema Industria (associazione di Pmi manifatturiere e dei servizi connessi alla produzione), è il momento di andare oltre la rigidità di Basilea, l’accordo internazionale siglato per evitare concessioni a rischio da parte delle banche, che di fatto, in una stagione prima recessiva e poi stagnante, sta paralizzando la loro attività nel credito. «Le banche devono capire che non potrà esservi una vera ripresa fino a che le concessioni di finanziamenti non prenderanno in considerazione anche gli elementi qualitativi delle piccole imprese, il progetto imprenditoriale e l’affidabilità dell’imprenditore».

Fatto sta che gli istituti, a loro volta soggetti a vigilanza, rispondono di avere le mani legate. Nelle scorse settimane ha generato dibattito la dichiarazione dell’a.d. di Unicredit, Federico Ghizzoni, che ha sottolineato come difficilmente il credito potrà tornare sui livelli pre crisi, puntando l’indice sui criteri sempre più restrittivi richiesti dalle autorità internazionali nella classificazione di coloro che richiedono un finanziamento.

Da più parti si lamenta la rigidità dei requisiti previsti dagli accordi di Basilea che prevedono di stilare rigide pagelle per calcolare i livelli di rischio dei richiedenti. Così, quando l’azienda si rivolge allo sportello, si vedrà proporre un tasso proporzionale al giudizio espresso nei suoi confronti. Un approccio che mette in difficoltà i sistemi imprenditoriali fortemente sbilanciati sul fronte delle piccole imprese. Come quello italiano, caratterizzato per altro da realtà a elevato indebitamento, pianificazione lacunosa e capitali non sempre solidi. Tutte caratteristiche poco consone ai parametri molto rigidi di Basilea 2.

In Usa c’è più flessibilità. Al di là dell’aspetto quantitativo, vi è poi quello qualitativo da considerare. Uno studio condotto da ricercatori dell’università Ca’ Foscari di Venezia ha evidenziato che il 20% delle aziende riceve credito immeritatamente, mentre il 26% con buoni fondamentali si scontra con un rifiuto. «Questo avviene perché le regole di Basilea portano le banche a guardare alle performance dell’azienda richiedente limitatamente al breve termine», sottolinea Guido Max Mantovani, docente di Finanza aziendale presso l’ateneo veneziano e coordinatore del team di ricerca. «Dallo studio è emerso, inoltre, che i paesi che utilizzano in maniera integrale i principi di Basilea, in primis quelli dell’Europa continentale, sono più soggetti a errore. Mentre i problemi sono minori nei mercati anglosassoni, che li adottano in maniera più flessibile». Partendo da queste considerazioni, gli economisti di Ca’ Foscari sono arrivati a definire un modello di rating integrato, che permette di valutare il merito di credito basandosi sulle performance delle aziende in periodo più lungo, tenendo conto degli attivi e dei rischi aziendali. «In questi primi mesi di presentazioni abbiamo riscontrato grande interesse da parte degli addetti ai lavori, con la speranza che questo aiuti a far breccia presso i decisori politici», aggiunge Mantovani.

Il circolo virtuoso non c’è ancora. Nei giorni scorsi la Banca centrale europea ha comunicato di aver collocato 73,8 miliardi di euro nella quarta operazione di Tltro, soddisfacendo interamente le richieste pervenute da 128 istituti di credito della zona euro. Una somma che si aggiunge ai 311 miliardi già concessi nelle prime tre tranche dell’operazione, che hanno visto le banche italiane assolute protagoniste con il 30% delle somme prelevate. Numeri superiori alle attese del mercato, tanto da spingere gli osservatori a parlare di una prospettiva concreta di accelerazione per l’economia europea. Infatti il programma in questione prevede che la Bce conceda agli istituti di credito dell’Eurozona prestiti a un tasso stracciato dello 0,15%, con l’impegno di questi ultimi a destinare le risorse raccolte a famiglie e imprese.

Intanto va avanti da oltre tre mesi il quantitative easing, che vede sempre la Bce iniettare liquidità nel sistema con l’obiettivo di rilanciare l’inflazione, e per questa strada sostenere i consumi e gli investimenti. Segnali incoraggianti si sono fin qui visti sul carovita (tornato al segno positivo) e sull’euro (che si è deprezzato rispetto al dollaro, favorendo l’export europeo), ma non altrettanto vale sulla trasmissione di questa liquidità verso l’economia reale. Anche a maggio i prestiti destinati al settore privato sono calati (-0,6% rispetto a dodici mesi prima), pur facendo registrare il dato migliore da due anni a questa parte.

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