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Rating di legalità a passo accelerato

Un’onda lunga che inizia a conquistare il tessuto imprenditoriale . Il rating di legalità avanza a passi rapidi: dalle 142 pratiche del 2013, anno di entrata in vigore del regolamento dell’Antitrust (Agcm), le richieste sono arrivate alla fine del 2014 a quota 544 (402 quelle dello scorso anno). Numeri che possono sembrare ancora piccoli nel macrocosmo delle imprese italiane, ma a colpire è la crescita intorno al 180%, ulteriormente accelerata dal recente protocollo d’intesa tra l’Authority presieduta da Giovanni Pitruzzella e l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone per collaborare nella vigilanza sugli appalti.
Il rating di legalità, una sorta di “bollino blu” per gli imprenditori virtuosi, sta già ottenendo ottime risposte dalle Pubbliche amministrazioni visto l’aumento dei bandi per finanziamenti nei quali viene riconosciuta una premialità alle aziende che hanno ottenuto il riconoscimento. Sta procedendo molto meno bene – fa invece notare Antonello Montante, promotore dello strumento e delegato alla legalità di Confindustria – l’attuazione della norma da parte delle banche, che dovrebbero tener conto della presenza del rating di legalità nel processo di istruttoria ai fini di una riduzione dei tempi e dei costi per la concessione dei finanziamenti.
Ad avanzare, ad ogni modo, è una cultura imprenditoriale che sembra sempre più sensibile all’argomento. Al 31 dicembre 2014, l’Antitrust ha attribuito complessivamente 271 rating, pari al 50% delle richieste, a fronte di 12 dinieghi, mentre 173 pratiche sono ancora in esame. Le richieste si stanno distribuendo su tutto il territorio, pur con una prevalenza del Nord (43,3%), con Mezzogiorno e Centro che sono rispettivamente al 31,7% e Centro 22 per cento. Tra le regioni c’è in testa la Sicilia (14%) davanti a Lombardia (13,2%), Veneto (13%), Lazio (12,3%) ed Emilia Romagna (10,3%). «Il trend in forte crescita – commenta il presidente Antitrust Pitruzzella – conferma la validità e l’efficacia di un meccanismo premiale in funzione della trasparenza e della libera concorrenza: questo, insieme alla repressione e alla punizione dei reati, è il miglior antidoto contro quella tassa occulta che è rappresentata dalla corruzione».
Un quarto delle imprese richiedenti opera nei settori edilizia, costruzioni, trasporto, smaltimento rifiuti. Le Srl, con il 55,2%, prevalgono sulle Spa (31,4%). Le domande, per le quali non sono previsti costi amministrativi, possono essere presentate da imprese che hanno un fatturato superiore ai 2 milioni annui e, come noto, il punteggio attribuito dall’Agcm può andare da una a tre stelle in base a una lunga serie di requisiti giuridici che vanno dall’assenza di precedenti penali o tributari alla tracciabilità dei pagamenti. L’ampia maggioranza delle imprese che hanno richiesto il rating, l’80%, ha un fatturato tra i 2 e i 50 milioni, meno del 3% quelle con ricavi oltre i 300 milioni. Il 78%, invece, ha meno di 100 addetti e solo il 3% ne ha più di mille. «I dati dell’Antitrust testimoniano una rapida diffusione – commenta Montante – e un’altra spinta decisiva verrà con l’inserimento di questo strumento in tutti i bandi per gli appalti pubblici come preannunciato da Cantone. A maggior ragione ora bisognerà vigilare attentamente perché il rating sia attribuito a chi davvero merita, ma su questo sono certo che sia l’Agcm sia la Commissione rating siano bene attrezzati». Il vero sforzo adesso spetta alle banche, osserva il delegato di Confindustria per la legalità. «Sono ancora troppo poche le segnalazioni di imprese che, pur avendo ottenuto il rating, hanno beneficiato della premialità che la norma riserva loro in materia di accesso al credito». A regolare questo aspetto è il decreto interministeriale Mef-Mise del 20 febbraio 2014 in base al quale le banche devono formalizzare procedure interne per disciplinare l’utilizzo del rating e i suoi riflessi su tempi e costi delle istruttorie. Procedure che nella maggior parte dei casi sarebbero ancora inattuate. E sulla carta, per ora, resta anche l’altro punto chiave del decreto, in base al quale le banche considerano il rating tra le variabili per praticare condizioni di credito più vantaggiose. Su tutto vigila la Banca d’Italia, alla quale le banche devono trasmettere annualmente, entro il 30 aprile, una relazione dettagliata sui casi in cui il rating non ha influito su tempi e costi. Pochi mesi di tempo, dunque, per cambiare passo e premiare il “bollino” della legalità anche con un credito più favorevole. «Auspico che l’Abi – aggiunge Montante – in modo determinato intervenga sull’argomento».

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