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Rata più leggera, ma conta lo spread

Quando Francoforte si muove, le famiglie italiane guardano istintivamente al proprio mutuo a tasso variabile. Una variazione del costo del denaro ad opera della Bce, come quella di ieri, influisce infatti sulle rate da versare anche se non sempre in via diretta. Solo i (rari) prodotti indicizzati proprio a quel tasso che ieri per la prima volta è stato ridotto allo 0,75% godranno di un immediato beneficio, valutabile in circa 10-15 euro mensili per ogni 100mila euro presi a prestito a seconda della durata residua del mutuo.

Per la grande maggioranza dei mutuatari (che hanno invece il finanziamento legato agli Euribor) gli effetti saranno diluiti nel tempo e in parte limitati. Questo perché il meccanismo di indicizzazione dei mutui è spesso ritardato (si prendono valori puntuali o medie dei periodi precedenti a quello a cui si riferisce la rata) e perché i tassi interbancari si muovono in modo graduale. Ma soprattutto perché gli Euribor avevano già «scontato» una mossa simile da parte dell’istituto di Francoforte: non per niente ieri l’Euribor a 3 mesi viaggiava a un passo dal segnare i minimi storici allo 0,64% e quello a un mese addirittura allo 0,36, entrambi valori ben inferiori allo 0,75% del costo del denaro.

Detto questo, gli analisti finanziari ritengono che la sforbiciata di ieri del tasso ufficiale (e quella analoga, non meno importante, del rendimento sui depositi) possa comportare un’ulteriore discesa dell’Euribor 3 mesi fino allo 0,45% già nelle prossime settimane. Una riduzione che, proiettata su un mutuo medio (stipulato nel 2008, vedi grafico a fianco), comporterebbe un calo della rata mensile di 8 euro per ogni 100mila euro finanziati nel caso di piano di ammortamento ventennale e di 11 euro sul trentennale, più sensibile alle variazioni degli interessi da versare.

Un impatto ridotto, quindi, che diventa però ben più significativo quando si considera lo sviluppo della rata degli ultimi 12 mesi. Il risparmio rispetto all’agosto del 2011 sale infatti rispettivamente a 44 e 66 euro mensili (8,2% e 12,6%): un effetto legato per lo più alle mosse di Mario Draghi, che da quando si è seduto alla presidenza dell’Eurotower (novembre 2011) ha tagliato per ben 3 volte il costo del denaro e ha messo in atto altre mosse straordinarie (aste di rifinanziamento a lungo termine, Ltro) contribuendo all’abbassamento dell’Euribor.

Il futuro incerto dell’economia europea e le perduranti tensioni dei mercati sul tema del debito sovrano potrebbero paradossalmente prolungare il periodo di «grazia» per i mutuatari (almeno per quelli che hanno già in tasca un prodotto variabile). La situazione è infatti tale che non si possono escludere nuovi tagli da parte della Bce (lo pensa un analista su tre) e ulteriori mosse «non convenzionali» che manterranno i tassi ai minimi termini per un bel lasso di tempo.

I rendimenti impliciti dei contratti future sull’Euribor 3 mesi quotati al Liffe di Londra segnalano calma piatta per almeno un anno e ritardano al settembre 2015 il ritorno dei tassi sopra l’1% e al giugno 2017, cioè fra 5 anni, il superamento della soglia del 2%. Sono strumenti di investimento utilizzati da trader professionali, soggetti alle oscillazioni di mercato, e quindi da prendere con le molle. Ma la tendenza che disegnano è quanto di più rassicurante possa esserci per le famiglie che a suo tempo hanno scelto il variabile.

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