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Rapporto Cei sul lavoro: nel tunnel fino al 2020

ROMA — Il «grande inverno» economico e sociale in Italia si prolungherà fino alle soglie degli anni Venti del secondo millennio: «Le proiezioni al 2020 di tutti i principali indicatori in materia di occupazione e crescita, vedono l’Italia — e più ancora il Mezzogiorno — in una posizione di ritardo e grave difficoltà rispetto al resto d’Europa».
Che il nostro futuro non fosse roseo, lo sapevamo, ma che il «tunnel» italiano fosse così lungo, lungo fino almeno al 2020, forse non lo pensavano nemmeno i più pessimisti. Eppure la voragine finanziaria, economica e sociale che si è spalancata sotto i piedi dell’Italia nella seconda metà del 2011, si prolungherà così tanto da mettere in allarme per la tenuta non solo economica, ma anche sociale ed umana del Paese. Dal momento che «le persone con un lavoro sono in effetti solo 22 milioni a fronte di una popolazione di poco superiore ai 60 milioni».
Così scrivono gli esperti del Rapporto-proposta «Per il lavoro», redatto con la collaborazione di un ampio numero di studiosi e ricercatori di discipline economiche e sociali del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale italiana. Un volume di circa 200 pagine di dati e valutazioni, che verrà presentato oggi pomeriggio presso la sede degli Editori Laterza, alla presenza del Cardinale Angelo Bagnasco.
Ma questo non basta. La «qualità» dell’occupazione a partire dal 2007 è drammaticamente peggiorata. Mentre sono aumentati di 580 mila unità coloro che fanno parte della cosiddetta «forza lavoro allargata» (comprensiva dei cosiddetti «scoraggiati») sono diminuiti di 770 mila unità i lavoratori che fanno parte della cosiddetta «occupazione ristretta» (che esclude i part-time involontari e i cassintegrati). Quindi il Rapporto mette in evidenza (vedi grafico che pubblichiamo in questa stessa pagina) che rispetto alla definizione ufficiale di «disoccupato» — che ha registrato in quattro anni un aumento di 600 mila unità — in realtà i «disoccupati allargati» (che sono cioè tutti i disoccupati reali) hanno registrato un aumento di un milione e 350 mila unità. Questo vuol dire che la disoccupazione reale è più del doppio di quella «censita» in base alla definizione «classica» di disoccupato. «L’aumento del tasso di disoccupazione, sarebbe quindi di circa cinque punti percentuali nel periodo considerato».
«Questa quantificazione, ovviamente — annotano gli estensori del Rapporto – non costituisce una misura alternativa rispetto a quella ufficiale, ma è un’indicazione utile per quantificare il numero di lavoratori il cui status si avvicina a quello dei disoccupati dopo quattro anni di recessione del mercato del lavoro».
La nuova definizione di «disoccupati allargati» permette di valutare appieno l’impatto sociale della crisi. Perché esso non dipende solo dalla capacità monetaria e reddituale del disoccupato. Così come la disoccupazione non può essere «compensata da semplici politiche di sussidio monetario». «Queste ultime sono uno strumento temporaneo, ma non sono un rimedio sufficiente» dal momento che «il puro reddito non conferisce senso e significato» all’esistenza umana adulta che si realizza proprio nel lavoro.
Con l’elaborazione di dati e statistiche ufficiali, il Rapporto mette in maggiore evidenza anche «il disastro» occupazionale che si registra per alcune categorie importanti di cittadini. Ad esempio, il raffronto tra il tasso di attività delle donne laureate 25-39enni in Italia e in alcuni paesi europei (anni 2005-2011) è impietoso. Mentre la media Ue a 27 è passata dall’87,6 per cento all’87,9 per cento in sette anni, le percentuali italiane sono in caduta libera: dall’81,3 al 78,7 (a causa soprattutto dei dati del Mezzogiorno). Per la disoccupazione giovanile siamo terzi (29,1) dopo Spagna (46,4) e Grecia (44,4). Mentre siamo l’unico Paese che importa manodopera non qualificata ed «esporta cervelli»: 300 mila laureati in media lasciano il nostro Paese, ogni anno. Ma la «bilancia dei cervelli» è completamente negativa per l’Italia, perché non è compensata dall’arrivo di ricercatori stranieri.

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