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Rallenta anche la locomotiva Usa

La politica monetaria Usa appare destinata a seguire ancora a lungo una rotta accomodante per la crescita. Prima dati deboli sull’inflazione e adesso un taglio delle previsioni di crescita nel 2014 da parte dell’Fmi – all’1,7% dal 2% – hanno rafforzato la scommessa che la Fed non accelererà un rialzo dei tassi d’interesse. 
Questa strategia di cauta normalizzazione dovrebbe uscire confermata dal prossimo vertice del Fomc, l’organismo decisionale di monetary policy della Banca centrale, convocato il 29 e 30 luglio.
L’Fmi, al termine della missione di monitoraggio del Paese, il cosiddetto Articolo IV, ha rivisto al ribasso il passo del prodotto interno lordo nell’anno in corso, anche se un rafforzamento al 3% rimane in carreggiata per il 2015 e il 2016. Il tasso di disoccupazione, oggi al 6,1%, viene ipotizzato al 6,4% quest’anno e al 6% nel 2015. E con l’espansione milgiora la posizione fiscale: il deficit, il 4,3% del Pil nel 2013, scenderà al 3,5% quest’anno e al 3,1% il prossimo.
Ma questo non basta, neppure agli occhi del Fondo, per tirare le redini della politica monetaria. Le scelte accomondanti della Fed, cioè i tassi interbancari vicini allo zero, sono «appropriate». Anzi, la Banca centrale deve essere pronta a prolungare la fase di stimolo. Il rapporto del Fondo suggerisce che in caso di un rallentamento dei progressi verso la massima occupazione e di un’inflazione troppo bassa, «i tassi d’interesse dovrebbero restare vicino allo zero più a lungo di quanto oggi previsto», di sicuro oltre la metà del 2015.
La Fed, sotto la guida di Janet Yellen, non sembra aver bisogno di inviti alla prudenza quando si tratta della crescita. Vede ancora con sospetto le schiarite occupazionali: il presidente ha sottolineato, in testimonianze congressuali e conferenze stampa, che la partecipazione alla forza lavoro resta ai minimi da oltre trent’anni, facendo ipotizzare una disoccupazione nascosta. E che molti americani sono costretti al part-time pur cercando impieghi a tempo pieno. I salari, inoltre, sono stagnanti e a malapena tengono il passo con l’inflazione.
Un’inflazione che, secondo gli ultimi indicatori, è a sua volta sotto i target della Fed e testimone di debolezza, nonostante le preoccupazioni dei falchi che la Banca centrale sottovaluti le pressioni sui prezzi. In giugno il consumer price index, depurato delle volatili componenti energetica e alimentare, è salito solo dello 0,1 per cento. E due terzi dell’incremento totale dello 0,3% è stato causato dalla benzina.
La ripresa, agli occhi della Yellen e della maggioranza della Fed, giustifica così una conclusione del Quantitative easing, degli acquisti di asset mensili che dovrebbero terminare a ottobre. Non ancora, invece, ravvicinate strette sul costo del denaro. Il Fondo Monetario aggiunge la sua voce a fianco della Yellen. L’economia americana, ha sottolineato nel nuovo rapporto, «aveva accelerato nella seconda metà del 2013» ma in seguito ha perso slancio, danneggiata dal maltempo come da una persistente fragilità immobiliare e da frenate della domanda internazionale. Negli ultimi mesi si sono verificate schiarite incoraggianti, dal mercato del lavoro alla produzione industriale, ma una seconda metà dell’anno al passo del 3-3,5% non potrà cancellare del tutto quell’eredità. In prospettiva, inoltre, la crescita potenziale degli Stati Uniti potrebbe scivolare nettamente sotto le medie storiche, poco oltre il 2 per cento. Contrastare una simile tendenza, legata all’invecchiamento della popolazione, richiederà ambisiose riforme del sistema delle imposte, dell’immigrazione e dell’assistenza all’infanzia, investimenti in infrastrutture e istruzione e lotta alla povertà, compresi aumenti del salario minimo.
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