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Raffica di dimissioni, venti di sfiducia. Ma May resiste: vado fino in fondo

Theresa May è sotto assedio ma promette di «andare fino in fondo». Nel giorno in cui il suo governo ha perso pezzi di ora in ora, lei si è presentata di fronte ai giornalisti per difendere il compromesso sulla Brexit raggiunto con Bruxelles: «Credo con ogni fibra del mio essere che la direzione che abbiamo intrapreso sia quella giusta per il nostro Paese e per il nostro popolo».

La giornata si era aperta con una pessima notizia: le dimissioni, alle nove del mattino, di Dominic Raab, il ministro per la Brexit, cioè proprio colui che dovrebbe sovrintendere all’uscita dalla Ue. La motivazione: l’accordo proposto dalla May «non rispetta il risultato del referendum» del 2016. E questo perché la premier ha concordato con Bruxelles di lasciare Londra strettamente allineata all’Europa: un tradimento, agli occhi dei fautori più accesi della Brexit.

Alle dimissioni di Raab ha fatto seguito, nel corso della giornata, uno stillicidio di lettere di addio dal governo: se ne è andata Esther McVey, la ministra per il lavoro e le pensioni, poi due sottosegretari, quindi altri due esponenti minori del gabinetto, infine anche uno dei vicepresidenti del partito conservatore.

Ma Theresa May non si è data per vinta. È andata in Parlamento e per tre ore filate ha difeso il suo accordo di fronte ai deputati, in un’atmosfera di aperta ostilità. La premier ha ripetuto quanto aveva detto il giorno prima, cioè che se il suo piano venisse respinto l’alternativa sarebbe una uscita caotica dalla Ue, senza nessun accordo. O, peggio, la prospettiva di annullare del tutto la Brexit, perché cresce il coro di chi chiede di tornare a sottoporre la questione a un nuovo referendum.

Ma l’ala dura del suo partito non vuole sentire ragioni. Tanto che il leader della fazione più oltranzista, il deputato arci-reazionario Jacob Rees-Mogg, è uscito allo scoperto invocando una mozione di sfiducia nei confronti della premier. Per arrivare a questo occorrono 48 lettere di membri del gruppo parlamentare: e probabilmente ieri sera eravamo vicini al traguardo, perché Rees-Mogg ha annunciato che la sfiducia «non è questione di mesi, ma di settimane».

Questo non vuol dire che Theresa May sia sul punto di essere defenestrata: per accadere, dovrebbe votarle contro la maggioranza del suo gruppo parlamentare. E non è detto che i deputati abbiano lo stomaco per farlo, in un momento così delicato per il Paese. Per di più, se la premier sopravvivesse al voto di fiducia, sarebbe automaticamente «blindata» dai regolamenti interni per un altro anno.

Il vero scoglio da superare è il voto in Parlamento sull’approvazione dell’accordo: per il quale Theresa May non sembra avere i numeri sufficienti. I laburisti non staranno certo a soccorrerla: qualche franco tiratore nei loro ranghi potrebbe esserci, ma l’obiettivo prioritario del Labour è far cadere il governo e andare a elezioni anticipate, nella speranza di installare Jeremy Corbyn a Downing Street.

Per il momento dunque la premier resta asserragliata nella sua trincea: «Farò il mio lavoro per ottenere il miglior accordo per la Gran Bretagna — ha detto — e farò il mio lavoro per ottenere un accordo che sia nell’interesse nazionale». Il che significa, ha spiegato, mettere fine alla libertà di circolazione, al versamento di contributi a Bruxelles e alla giurisdizione europea, come promesso fin dal primo momento: ma, allo stesso tempo, proteggere l’economia britannica e la sicurezza nazionale.

È questa la quadratura del cerchio che Theresa May sta faticosamente perseguendo: portare a termine la Brexit, per obbedire alla volontà degli elettori, ma senza trasformarla in un gigantesco atto di autolesionismo. Il suo piano è pieno di difetti: ma ogni volta che si chiede agli oppositori quale sia la soluzione alternativa, non sanno più cosa rispondere.

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