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«Qwant, il motore anti Google Così abbiamo convinto i cinesi»

Nato come la risposta europea allo strapotere di Google, Qwant reclama «la prima vittoria» sul motore di ricerca californiano: «Abbiamo ottenuto il permesso di operare in Cina, dove puntiamo a diventare il motore di ricerca di 22 milioni di stranieri residenti e turisti. E a Suzhou apriremo un centro di ricerca sull’intelligenza artificiale», annuncia Èric Léandri, 47 anni, co-fondatore, presidente e primo azionista di Qwant. In Cina Google non funziona. «Noi abbiamo avuto il via libera, perché non tracciamo gli utenti quando fanno le ricerche. E a Pechino le regole sulla privacy sono chiare: tutti i dati personali dei cinesi devono restare in Cina», spiega Léandri, che ha siglato l’accordo nell’Impero di Mezzo in occasione della visita del presidente francese Emmanuel Macron (faceva parte della delegazione che lo accompagnava).

Lanciato in Francia nel 2013, dopo due anni di gestazione, l’anno dopo Qwant è sbarcato in Germania, quando è entrato nel capitale, con il 20% e un investimento di 8 milioni, l’editore tedesco Axel Springer. La Caisse de Dépots, la Cdp francese, ha un altro 20% (pagato 15 milioni), e il restante 60% fa capo a un gruppo di soci, tra cui l’italiano Alberto Chalon, ceo della società; mentre la Bei, la Banca europei degli investimenti, ha concesso un prestito di 25 milioni convertibile nel 10% del capitale.

Qualche mese fa Qwant è arrivato anche in Italia per conquistare gli utenti con una filosofia agli antipodi dal modello Google; rispettare i diritti fondamentali delle persone, soprattutto il diritto alla privacy, e garantire la neutralità dei risultati. «I dati personali sono tutto ciò che ci identifica. Noi vogliamo rispettare la vita privata delle persone, perciò non tracciamo gli utenti e non usiamo cookie . Quando un utente fa una ricerca con Qwant, non lascia tracce», afferma Léandri. Ma questo non significa rinunciare ai dati, la nuova ricchezza del mondo digitale grazie all’aiuto dell’Ai. «Possiamo usare i risultati delle ricerche, ma senza legarli alle persone», dice l’imprenditore. E «pazienza se per questo dobbiamo sacrificare parte dei profitti», perché non tracciare gli utenti impedisce agli inserzionisti di accompagnare i risultati delle ricerche con pubblicità personalizzate secondo il profilo. «Il modello della pubblicità targettizzata è molto redditizio. E infatti Google fa utili enormi», ne conviene Léandri, che però preferisce accontentarsi di meno profitti, ma senza violare la privacy. Il business tiene. In Francia Qwant ha il 4% del mercato, secondo Ipsos, «niente male», valuta Léandri, che punta «al 5-10% del mercato europeo entro i prossimi 5-10 anni». Mentre per la prima volta «nel 2018 la società chiuderà in utile, a fronte un giro d’affari tra i 10 e i 20 milioni di euro e a fine anno».

Giuliana Ferraino

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