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Quote rosa nei cda, l’Italia è pronta a passare al 33%

Più rosa e meno grigio. Il cambio di colore non si riferisce a un guardaroba, ma i consigli d’amministrazione delle società quotate che dall’entrata in vigore della legge Golfo-Mosca nel 2012 hanno assunto un aspetto del tutto diverso e al quale le libere professioniste contribuiscono sempre di più.

Le cosiddette «quote rosa» stanno funzionando, dati alla mano le donne nei cda sono passate dal 6% del 2008 all’attuale 23%.

Il modello italiano sta diventando addirittura un esempio in Europa.

Le prime analisi relative alla legge sulle quote di genere, effettuate dal progetto Women mean business and economic growth, del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio in partnership con l’Università Bocconi, mostrano che non solo il numero di donne in posizioni di vertice è aumentato, ma anche la governance delle società è migliorata.

Tuttavia, l’Italia è ancora al 69mo posto, su 142 paesi, nell’indice del global gender gap del Word Economic Forum che misura ineguaglianze sociali ed economiche fra i generi. Indice del fatto che si possa fare ancora di più, come avevano brillantemente capito – in anticipo rispetto al legislatore – le associate della Professional Women Association Milan che già nel 2009 avevano lanciato il programma Ready for the Board ora arrivato alla terza edizione.

Il progetto consiste semplicemente in una lista di donne con tutti i requisiti richiesti, quindi «ready» per poter diventare amministratrici.

L’iniziativa era nata infatti dalla convinzione che ci fossero moltissime donne preparate e disponibili a entrare nei consigli direttivi, ma che il problema fosse soprattutto la mancanza di visibilità verso chi deve decidere.

Al di là del numero delle donne entrate nei Cda, secondo la nuova presidentessa di Pwa, Roberta Toniolo «l’effetto della legge Golfo-Mosca è stato quello di creare nelle società, ma anche nelle donne, la consapevolezza del valore che una figura femminile può portare all’interno di un board aziendale. E per effetto trascinamento, direi che c’è più consapevolezza del valore che le donne portano all’interno delle organizzazioni. Quindi soddisfazione sì, ma come stimolo ad andare avanti, consci che il percorso da compiere è ancora lungo prima di giungere ad una uguaglianza di genere» ha continuato Toniolo evidenziando che «per sanare le carenza di donne nelle posizioni top delle organizzazioni, dobbiamo lavorare anche sulla preparazione e valorizzazione di donne manager di alto e medio livello».

La prima fase del progetto Ready for the Board ha visto proprio la definizione dei criteri e delle competenze del «board member» ideale, poi sono stati selezionati i curricula che prima hanno dato vita a due pubblicazioni cartacee e ora a quella online. Secondo Toniolo, la lista delle candidate ai board, «ha facilitato l’applicazione della legge Golfo – Mosca, così come l’inserimento delle professioniste in Cda di aziende quotate, municipalizzate ed anche di aziende non quotate che richiedevano specifiche competenze, fornendo nominativi e curricula didonnele cui candidature erano state precedentemente validate da un advisory board in base a criteri di provenienza, ruolo ed expertise tecnica.

La lista comprende candidate con maturata e consolidata esperienza di board e profili con minor esperienza ma di elevato potenziale» ha sottolineato Toniolo. Facendo una rapida ricerca con le chiave del sito, si nota subito che nella lista ci sono almeno una trentina di avvocate e commercialiste.

Quello di amministratore «è diventato nel tempo un mestiere sempre più difficile, perché, oltre alla conoscenza del business, richiede anche una serie di competenze tecniche, soprattutto in settori regolamentati come quello bancario e assicurativo», spiega Romina Guglielmetti, partner di Starlex studio legale associato.

Guglielmetti, e anche lei presente nella lista, sottolineando che «la presenza di avvocati nei board può essere molto utile al fine di favorire una più corretta valutazione dei rischi e della conformità delle decisioni assunte alla normativa applicabile. Rispetto ad altre professionalità, un punto di forza degli avvocati per entrare nei board può essere la specializzazione nelle aree caratteristiche in cui opera la società e, in generale, in materia di governo societario e sul sempre più complesso sistema dei controlli interni».

Anche Gaudiana Giusti, of counsel di Gianni Origoni Grippo Cappelli & Partners partecipa al progetto e spiega ad Affari Legali che uno dei principi importanti «affermati dai regulators in questi giorni è il carattere multi-disciplinare del consiglio di amministrazione all’interno del quale devono essere rappresentate professionalità diverse capaci di dare contributi specifici.

Ritengo nel mio caso di poter intervenire efficacemente in molti ambiti, quali quello della corporate governance, del sistema dei controlli interni, della contrattualistica e delle operazioni di finanza straordinaria».

Interessante anche il punto di vista di Livia Amidani Aliberti, dottore commercialista e fondatrice di Aliberti Governance Advisors, secondo la quale i consigli d’amministrazione «hanno bisogno di un insieme mirato e diversificato di competenza. Mirato sulle sfide strategiche e I rischi, di ogni società ma diversificato per evitare il group thinking. C’è bisogno di persone qualificate, che possano apportare le competenze che posseggono». Ecco perché, continua Amidani Aliberti, «gli avvocati e i commercialisti, soprattutto se esperti di diritto societario o di corporate governance apportano competenze in un’area critica delle società quotate, la regolamentazione.

Sono attenti alle regole, alle consuetudini, pensiamo ad esempio alla verbalizzazione. I commercialisti, hanno un occhio ai numeri, ai principi contabili, ove utili».

Tutte le professioniste intervistate da Affari Legali si sono mostrate soddisfatte, in linea generale e almeno per il momento, dalle conseguenze della legge sulle «quote rosa».

Anche Simonetta Candela, partner Clifford Chance dove è responsabile del dipartimento diritto del lavoro ritiene che il divario di genere stia progressivamente scendendo, «con le donne più rappresentate nei consigli di amministrazione e con più potere politico, grazie al Governo Renzi.

Anche se è forse ancora troppo presto per dare una valutazione approfondita degli effetti della legge, le disposizioni sulle quote di genere, obbligando le società target ad aprire le porte dei consigli a una platea più ampia, hanno avuto un effetto positivo anche sugli stessi meccanismi di selezione, a prescindere dal genere».

E per il futuro? «La legge sulle quote di genere è solo il primo passo. Molto resta da fare nel campo delle politiche sociali e della famiglia.

Il Jobs Act prevede espressamente interventi a favore delle politiche di conciliazione. Attendiamo di vedere come verranno modulate nei decreti attuativi», conclude Candela.

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