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Quote rosa, i dubbi delle imprese

di Mariolina Iossa

ROMA— Confindustria, l’associazione bancaria italiana (Abi) e l’associazione nazionale imprese assicuratrici (Ania) chiedono ufficialmente al Senato di modificare la legge sulle quote rosa nelle imprese, un testo bipartisan già approvato dalla Camera e che prevede almeno un terzo di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate, nei collegi sindacali e nelle società municipalizzate, pena la decadenza dei consigli stessi. Chiedono ai senatori di intervenire sul testo e lo fanno in maniera inusuale. Non dunque solo pressioni e attività di lobby, ma una richiesta diretta di rendere meno stringente e più graduale la riforma dei Cda, per la quale sono già stati presentati ben 53 emendamenti (la stragrande maggioranza per limitare le quote), di cui 52 a firma di senatori del Pdl. Questa volta, banche, assicurazioni e imprese, pur «apprezzando lo spirito della legge» , entrano nel merito nella lettera inviata al presidente della Commissione Finanze, Mario Baldassarri. Suggeriscono al Parlamento di cambiare i due punti qualificanti della legge, dando più tempo per arrivare alle quote rose e riducendo le sanzioni. Auspicano insomma, «la necessaria gradualità e, in particolare, attraverso uno o due passaggi intermedi, nell’arco cioè di due o tre rinnovi» dei consigli. Che significa che non si arriverebbe al 30 per cento di quote rosa prima di almeno dieci anni. Ritengono inoltre «sproporzionata» la sanzione, che va riconsiderata perché «consistente nella decadenza dell’intero consiglio o del collegio sindacale» , una punizione troppo pesante «rispetto all’entità della violazione e a quanto è previsto per ipotesi ben più gravi» . «I poteri forti sono usciti allo scoperto — protesta Lella Golfo, prima firmataria insieme ad Alessia Mosca della legge —. Ma io non me l’aspettavo, soprattutto da una donna, come la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che dovrebbe difendere le donne» . A questo punto la strada già tortuosa del testo a iniziativa parlamentare diventa tutta in salita. Eppure la scorsa settimana il sottosegretario all’Economia, Sonia Viale, intervenendo al termine della discussione generale in Commissione, aveva auspicato «una rapida approvazione senza ulteriori modifiche al testo» , ricordando che il provvedimento era stato «già modificato alla Camera con l’approvazione di emendamenti di iniziativa governativa che ne garantiscono linearità e legittimità» . E invece i senatori del Pdl che hanno presentato i 52 emendamenti (uno è a firma Italia dei Valori) non sembrano convinti: sollevano dubbi sulla legittimità costituzionale della norma. Nonostante lo stesso presidente del Senato Renato Schifani ne avesse chiesto una rapida approvazione. Adesso Schifani ha dovuto far slittare la discussione in Aula a martedì. Ma la data non cambierà, anche se l’esame in discussione non dovesse terminare per allora. «Il Pdl chiarisca quali sono le sue reali intenzioni — chiede il presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro —. Questo testo, già approvato dalla Camera, è una norma importante, potrebbe diventare legge con un consenso amplissimo. Noi abbiamo rinunciato a presentare emendamenti. A questo punto ognuno si assuma le proprie responsabilità» . Lella Golfo si dice «profondamente amareggiata. Non me l’aspettavo proprio. Devo pensare che dietro a questi senatori ci siano i poteri forti» . Come si fa a non capire che questa legge, continua la Golfo, «non è un regalo alle donne ma un regalo al Paese. Non vorrei che i senatori, invece che rispondere a dubbi personali, obbedissero a qualche raccomandazione da parte delle tre più potenti organizzazioni economiche. Mi sembra di intravedere la volontà di arrestare una legge che certamente introdurrebbe un cambiamento epocale all’insegna della meritocrazia» .

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