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Quote gonfiate, falso in bilancio

Punibile come falso in bilancio il valore gonfiato delle quote di partecipazioni acquisite. La corte di cassazione (sezione quinta, sentenza dell’8 gennaio 2016, depositata il 22 febbraio 2016) interviene sull’art. 2621 cc e riduce l’ambito della non punibilità accordata ai cosiddetti falsi valutativi. Mettere un valore oggettivamente difforme dalla realtà sottostante (tradotto iscrivere a bilancio un valore di quote oggettivamente incongruo) non vuol dire fare una «valutazione» (non punibile), ma vuol dire esporre un fatto materiale rilevante non rispondente al vero (punibile).

La sentenza si inserisce nel dibattito susseguente alla modifica dell’art. 2621 del codice civile ad opera della legge 69/2015. Il primo intervento della Cassazione, giugno 2015, cosiddetta sentenza Crespi, aveva ritenuto le errate valutazioni non più penalmente rilevanti; la sentenza Nappi del gennaio 2016 aveva invece completamente ribaltato tale impostazione. Ora la stessa quinta sezione afferma esplicitamente una linea di continuità con la prima sentenza. L’art. 2621 che punisce il cosiddetto falso in bilancio ha avuto una riscrittura, appunto, nel 2015. Mentre prima veniva punito il falso materiale non rispondente al vero «ancorché oggetto di valutazioni», la nuova versione punisce solo il falso relativo al «fatto materiale rilevante non rispondente al vero»: è stata, quindi, eliminata l’estensione della punibilità alle valutazioni (e ciò mediante l’eliminazione proprio della espressione «ancorché oggetto di valutazioni»). Con la norma abrogata risultava punibile sia il falso materiale non valutativo, sia il dato contabile risultato di valutazioni riferite a realtà economiche oggettivamente determinate: erano puniti sia i falsi materiali sia i risultati valutativi. All’indomani della novella si è posto il problema della portata della novità e, in particolare, ci si è chiesti se effettivamente le false valutazioni fossero da escludersi dalla punibilità. La risposta dipende dal valore che si dà all’eliminazione dell’inciso relativo alle valutazioni. Secondo un orientamento (più rigoroso) non deve darsi nessun peso alla eliminazione del citato inciso («ancorché oggetto di valutazioni»), che doveva essere considerato superfluo anche nella disposizione abrogata. La Cassazione si è orientata in senso diverso per una serie di ragioni, tra cui quella che deriva dal confronto con l’art. 2638 cc (ostacolo alle autorità pubbliche di vigilanza): in quest’ultima disposizione l’inciso relativo alle valutazioni è stato mantenuto. Con questo il legislatore ha voluto differenziare i casi in cui le valutazioni contano e sono punibili, da quelli in cui invece sono irrilevanti. Con la riforma, dunque, non sono più punibili le appostazioni contabili prodotte da valutazioni di dati oggettivi di partenza. Posto che, dunque, il falso in bilancio «valutativo» dal 2015 non è più punibile, le sentenze, e anche quella in commento, si stanno esercitando a individuare il concetto di falso materiale rilevante. A questo proposito, premesso che nel bilancio si associano dati numerici a una realtà economica, la Cassazione fa una distinzione: bisogna separare i casi in cui l’associazione è frutto di una stima valutativa, da quelli in cui si finisce per fornire una «rappresentazione difforme dal vero della stessa realtà materiale». Altrimenti detto un conto è valutare una realtà economicamente sussistente, un altro conto è stravolgere la realtà materiale sottostante. La Cassazione ha, quindi, considerato fatto materiale punibile l’iscrizione di un valore oggettivamente non esistente di quote di partecipazione acquisite così come l’iscrizione di crediti descritti come effettivi, mentre erano solo potenziali, perché contestati. Accanto a questa ipotesi è possibile fissare un elenco dei fatti materiali ritenuti punibili dalle sentenze post riforma. E l’elenco non è breve: ricavi falsamente incrementati, costi non appostati, false attestazioni di esistenza di conti bancari, annotazioni di fatture emesse per operazioni inesistenti, iscrizioni di crediti non più esigibili per intervenuto fallimento dei debitori in mancanza di attivo, mancata svalutazione di partecipazioni in una controllata fallita, omessa indicazione di vendita o acquisito di beni o esistenza di un debito in contenzioso, iscrizione all’attivo di crediti da contratti fittizi, da fatture relative ad operazioni inesistenti o da fatture da emettere in violazione i criteri sulla competenza.

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