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Quote di genere Così il pubblico si adegua. Male

A leggere il primo bilancio dell’applicazione della legge sulle quote di genere nelle società controllate dallo Stato in tutte le sue diverse articolazioni (dall’amministrazione centrale fino ai più piccoli Comuni) viene da dire che «fatta la legge, trovato l’inganno». Ovvero, come aggirarla. 
Ma soprattutto si ha una conferma: il vero scoglio della legge promossa da Lella Golfo e Alessia Mosca sta nel mondo pubblico. I problemi si annidano non tanto nelle grandi società, che sono sotto gli occhi di tutti; ma in quella miriade di aziende piccole o «controllate da una controllata che a sua volta è controllata da un’altra…» e a cui è più difficile arrivare.
La conferma che il grande esercito delle società pubbliche, anche quelle che parrebbero insignificanti, rappresenta un potere in sé e a sé. D’altra parte, si tratta di numeri molto importanti: sono oltre 24mila i posti nei Cda e nei collegi sindacali (più di 20mila sono occupati da uomini) delle più di 4mila aziende sui quali gli enti pubblici esercitano il controllo, di cui hanno cioè più del 50% delle azioni.
Che salgono ulteriormente se si considerano le partecipazioni dirette e indirette fino al terzo livello in cui la pubblica amministrazione ha una quota di capitale: 14mila società. Il che porta i posti disponibili a sfiorare la soglia di 90mila.
I numeri
Il bilancio è stato fatto dal dipartimento per le Pari opportunità venerdì 23 maggio a Napoli. E non a caso è stata scelta Napoli, grande città rappresentativa di quel Sud che la legge sulle quote la conosce poco e la applica ancora meno.
La Golfo-Mosca è obbligatoria per le società quotate e quelle a controllo pubblico. Per queste ultime, la riserva di una certa quota al genere meno rappresentato (pari al 20% dei componenti al primo rinnovo di consiglio di amministrazione e collegio sindacale, un terzo dei componenti a partire dal secondo rinnovo, per un totale di validità della legge di tre mandati) è divenuta vincolante il 12 febbraio 2013.
I numeri generali, elaborati dal Cerved per conto del dipartimento della Presidenza del consiglio, dicono che «le nuove norme hanno fortemente innalzato la presenza di donne al vertice»: oggi sono complessivamente il 17,2% tra tutte le cariche, ma la loro presenza sale al 23,8% nelle aziende che hanno rinnovato nell’ultimo anno i propri organi sociali, come sottolinea la capo dipartimento, Ermenegilda Siniscalchi.
Rimane, però un «elevato numero di società che hanno tardato ad adeguarsi alle nuove disposizioni»: un terzo delle aziende pubbliche non ha rispettato la legge nè nella composizione dei Cda nè in quella dei sindaci effettivi (la metà per quanto riguarda i sindaci supplenti).
Soprattutto, c’è un «non trascurabile numero» di casi in cui la norma sembra essere stata elusa, ricorda Monica Parrella, direttrice generale dell’ufficio per gli interventi in materia di Parità e pari opportunità. In che modo? Per esempio eliminando il consiglio di amministrazione in favore dell’amministratore unico, che non ricade (e sarebbe difficile prevederlo) sotto le quote. Il loro numero è raddoppiato: prima delle nuove nomine erano 247, oggi sono 496. Nel 95% dei casi, uomini. «La bassa presenza femminile, del 5%, lascia supporre — dicono gli esperti del dipartimento Pari opportunità — che in molti casi la trasformazione dell’organo amministrativo possa essere stata utilizzata come mezzo per eludere le nuove norme in tema di equilibrio di genere». Oppure, trasformandosi da società in azienda speciale, che non «cade» sotto la legge.
Gli enti
Guardando ai soli consigli di amministrazione, i Comuni sono gli enti che più si sono adeguati alla legge Golfo-Mosca, seguite dalle Regioni, dalle Provincie e per ultimi gli altri enti pubblici.
Dal punto di vista geografico, meglio ha fatto il Nord ovest e peggio il Sud e isole. Se si entra nel dettaglio si vede, però, che le situazioni sono a macchia di leopardo in Italia. Secondo una elaborazione realizzata da Cerved per CorrierEconomia sui dati del dipartimento, tra i Comuni che meno si sono adeguati si trovano, infatti, realtà del Sud come Napoli, Bari e Messina, città del Centro come Bologna, Rimini e Carrara e del Nord come Verona e Como. Lo stesso per quanto riguarda «l’opzione» amministratore unico: è piaciuta molta in città come Bari, Potenza, Brindisi e Foggia, allo stesso modo di realtà come Treviso, Parma, Ferrara, Vicenza o Reggio Emilia. «È per ora un campione che prende in esame solo i Comuni dove hanno sede almeno 3 società controllate dalla Pubblica amministrazione che hanno rinnovato gli organi dopo il 12 febbraio 2013 e dove abbiamo verificato il rispetto della norma (almeno 20% donne) e il cambiamento da Cda ad amministratore unico — sottolinea Alessandra Romanò, direttore marketing solutions del Cerved —. Magari sono in percorso di avvicinamento». Quel che è certo è che il non rispetto della legge attraversa le giunte di tutti i colori politici.
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