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Quote, basta la scrittura privata

È legittima l’attribuzione della quota effettiva di proprietà della casa all’ex coniuge in virtù della sola scrittura privata redatta con l’altro, nonostante l’atto di trasferimento dell’immobile indichi la mera titolarità «fifty-fifty» del cespite: risulta allora legittimo il rimborso al coniuge «maggiore azionista» di quanto versato in proporzione alla rispettiva quota di proprietà. È quanto affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza numero 15640 del 18 settembre 2012.

Il caso. La vicenda riguarda una coppia che aveva acquistato un immobile, formalmente cointestato al 50% ciascuno, anche se il prezzo era stato corrisposto quasi totalmente dalla moglie. Ma con scrittura privata i due avevano stabilito una «ricognizione attributiva delle quote di comproprietà sul bene» esplicitando che queste erano ripartite per la quota di 1/7 in favore del marito e 6/7 alla moglie, impegnandosi reciprocamente poi a formalizzare con atto notarile (cosa mai rispettata da parte dell’uomo). La seconda sezione civile, in linea con la Corte d’appello di Firenze, ha ritenuto legittima la domanda della donna di far dichiarare l’autenticità della scrittura privata e quindi la quota di proprietà a lei spettante sull’appartamento, oltre al risarcimento dei danni.

Le motivazioni. Avvalorando l’accordo intercorso fra gli ex coniugi la seconda sezione civile ha chiarito che «la ricerca e l’individuazione della comune volontà dei contraenti sono operazioni che costituiscono espressione dell’attività del giudice di merito, il cui risultato, concretando un accertamento di fatto, non è sindacabile in sede di legittimità se non sotto il profilo della inadeguatezza della motivazione e della violazione delle regole legali di ermeneutica: le disposizioni contrattuali delle quali si assume la violazione non sono censurabili sotto alcuno degli indicati profili, perché congruamente argomentate e conformi ai criteri di cui all’articolo 1362 Cc, in quanto fondate sulla formulazione letterale della dichiarazione negoziale, di contenuto tale da indurre il giudice del gravame a ritenere che le parti, a fronte dell’atto pubblico di compravendita, nel quale figuravano come acquirenti nella misura del 50% ciascuno, con la scrittura privata integrativa e a chiarimento della precedente, manifestarono l’intenzione di una diversa attribuzione delle quote di comproprietà indivisa, meglio rispondente ai loro interessi». Insomma, nella scrittura privata le parti, richiamato l’atto pubblico nel quale entrambi i contraenti risultavano già comproprietari dell’immobile (per cui la contitolarità era già attestata nel rogito), hanno specificamente pattuito solo il riconoscimento di una diversa attribuzione delle quote del bene in comune: «L’atto in contestazione», si legge in sentenza, «assolveva sia alle esigenze di forma sia della causa del negozio, vale a dire del trasferimento pro-quota della proprietà, ravvisata nel rispetto delle quote contributive per l’acquisto e ristrutturazione dello stesso appartamento e per tale ragione ha riconosciuto efficacia vincolante all’asserita «ricognizione», affermandone il valore come titolo di acquisto della maggiore quota di comproprietà in capo alla resistente, che per l’effetto avrebbe dovuto concorrere alle spese di gestione del bene in proporzione alla maggiore proprietà, come peraltro concordato».

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