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Quotate senza più obbligo di trimestrale

Cancellazione dell’obbligo delle trimestrali. Innalzamento dal 2% al 3% della soglia di partecipazioni da comunicare al mercato. Nuova definizione di piccola e media impresa e revisione di alcuni profili del sistema sanzionatorio. Prende corpo, con la prima approvazione venerdì scorso da parte del Consiglio dei ministri, il decreto legislativo del ministero dell’Economia sul recepimento della nuova direttiva Transparency. In arrivo così c’è un nuovo pacchetto di modifiche al Tuf, con il comune denominatore di un alleggerimento degli oneri informativi a carico delle società quotate senza che venga però abbassato il livello di intensità e trasparenza dell’informazione.
Tra le disposizioni di maggior rilevanza c’è senza dubbio quella che cancella di default l’obbligo di rendicontazione trimestrale, adesso previsto entro 45 giorni dalla chiusura del primo e del terzo esercizio. Resta confermato invece l’obbligo di relazione semestrale come tappa intermedia e necessaria di esposizione dell’andamento. Alla Consob è però affidata la redazione di un regolamento con il quale le viene attribuita la facoltà di disporre l’obbligo di pubblicare informazioni finanziarie periodiche aggiuntive, rispetto alla semestrale e al bilancio annuale, che avranno però un carattere semplificato e potranno riguardare:
una descrizione generale della situazione patrimoniale e dell’andamento economico anche con riferimento alle controllate;
un’illustrazione degli eventi rilevanti e delle operazioni nel periodo di riferimento, con l’incidenza per la situazione patrimoniale.
In ogni caso, prima dell’introduzione degli obblighi, la Consob deve rendere nota l’analisi d’impatto, con riferimento tra l’altro al fatto che le informazioni aggiuntive non hanno come conseguenza oneri sproporzionati per le piccole e medie società.
È previsto poi l’innalzamento al 3% del capitale per la soglia di partecipazioni rilevante da comunicare al mercato in funzione di trasparenza degli assetti proprietari. Una possibilità ammessa dalla legge di delegazione europea 2014 e che il Mef ora coglie, sottolineando da una parte che ormai ancorati a una spoglia così bassa, l’attuale 2%, erano rimasti, nell’Unione europea, solo l’Italia e il Portogallo. Salendo di un punto, quando in realtà la maggioranza dei Paesi dell’Unione prevede il 5%, l’Italia sarebbe almeno in compagnia di Regno Unito, Spagna, Germania, Olanda, Irlanda, Repubblica Ceca. L’Austria è al 4%, mentre Francia e Lussemburgo sono al 5 per cento.
Ma non ci sono solo ragioni di (opportuno) allineamento all’Europa, alla base della decisione del Mef. Che spiega come l’entità ridotta della soglia minima potrebbe giocare contro l’afflusso di capitali sul mercato azionario italiano da parte di investitori istituzionali, che tendono a porsi di solito al di sotto del limite.
Inasprito anche il trattamento sanzionatorio sul piano amministrativo per un ampio ventaglio di mancato rispetto di obblighi informativi. Nel perimetro del decreto finiscono così le infrazioni ai codici di autodisciplina sulla governance, quelle alle informazioni price sensitive, quelle alle informazioni da rendere a Consob, quelle sui registri insider, quelle alle informazioni di natura finanziaria, quelle alle comunicazioni sulle partecipazioni, anche reciproche, quelle sui patti parasociali.
La misura delle sanzioni può toccare massimi elevati, 10 milioni, o, nei casi più gravi essere parametrata a percentuali del fatturato. Prevista anche la dichiarazione pubblica sui responsabili dell’infrazione e, nei casi meno gravi, l’ordine di eliminare le cause della violazione.
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