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Quotate a senso unico Solo l’1,8% della Borsa nelle mani di una ceo

Solo l’1,8% della capitalizzazione di Borsa italiana è affidata alle cure di donne ceo. Non che a guardare la percentuale dei ruoli apicali ricoperti si vada molto meglio: le amministratrici delegate sono 14 su 239 società del listino principale di Piazza Affari, vale a dire poco meno del 6%. Sono numericamente poche e non guidano aziende di medie e grandi dimensioni.

Il quadro emerge dai dati Consob, dopo l’ultima tornata di assemblee, elaborati dall’ufficio studi del Sole 24 Ore. Va decisamente meglio se si considerano le presidenti. In questo caso le donne ai vertici sono 24, pari al 10% circa, ma a fare la differenza è la dimensione delle aziende. La capitalizzazione delle società presiedute da una donna è complessivamente pari a 103,9 milioni di euro, vale a dire il 13,8% del totale di Borsa Italiana. A fare la differenza sono le designazioni fatte dal ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha nominato Maria Patrizia Grieco in Banca Mps, Francesca Isgrò in Terna, Lucia Calvosa in Eni, Maria Bianca Farina in Poste Italiane e Valentina Bosetti in Terna. Tutte e cinque nominate nel 2020 rimarranno in carica fino all’approvazione dei bilanci del 2022. Fra le controllate pubbliche anche Acea, con il 51% in mano a Roma Capitale, ha una presidente: si tratta di Michaela Castelli, in carica anche lei fino all’approvazione del bilancio del 2022.

Se si sommano le capitalizzazioni delle controllate pubbliche a presidenza femminile si ha una percentuale del 9,8 per cento. Vuol dire che senza le scelte del Mef anche le presidenti a Piazza Affari conterebbero solo per il 4% della capitalizzazione con il 7,5% degli incarichi. Fra le società controllate da privati e a presidenza femminile, quella con il valore di Borsa maggiore è Nexi e a presiederla ritroviamo Michaela Castelli, in carica fino all’approvazione del bilancio 2021. A seguire, fra le società con una capitalizzazione oltre il miliardo, Amplifon con Susan Carrol Holland, Buzzi Unicem con Veronica Buzzi, Gsv con Grazia Valentini e Italmobiliare con Laura Zanetti.

Le ceo di Piazza Affari

I numeri italiani non sono un unicum nel panorama internazionale. Le amministratrici delegate a Piazza Affari sono solo il 6%, esattamente la stessa percentuale delle donne che guidano società dello S&P 500. Nel listino statunitense, secondo i dati Catalyst del gennaio 2021, sono 30. Alcune delle quali, per altro, hanno sfondato davvero il tetto di cristallo in ambienti molto maschili come Mary Barra alla guida di General Motors e Jane Fraser in Citigroup.

Tornando all’Italia le 14 ceo sono solo in alcuni casi espressione della famiglia azionista come Tatiana Rizzante in Reply (la maggiore per capitalizzazione), Maria Laura Garofalo nel gruppo Garofalo Health Care, Alessandra Gritti in Tamburi Investment Partners, Rita Federici in Caleffi, Valentina Volta in Datalogic e Raffaella Orsero nell’omonima società.

Il cambiamento che non c’è

Restano un tabù le società di grandi dimensioni, quelle che fanno il mercato e che possono essere apripista in diversi ambiti: dalla sostenibilità alla blockchain, dall’organizzazione del lavoro alle strategie di crescita economica del Paese. Una mancanza che rischia di depauperare il Paese di risorse, competenze e visioni che potrebbero aprire a soluzioni nuove in un momento di rilancio economico complesso come quello che stiamo vivendo.

Non si tratta, quindi, di un mero gioco matematico per fare il punto della situazione, quanto piuttosto di rendere evidente l’altra faccia della medaglia rispetto alle percentuali delle quote nei consigli di amministrazione delle società quotate. Lì sì che siamo all’avanguardia e non solo in Europa. Con una percentuale sopra al 37% e destinata a superare il 40%, grazie all’aggiornamento della quota di genere prevista dalla legge Golfo-Mosca del 2011, l’Italia si posiziona fra i Paesi più virtuosi. Ma a 10 anni dall’approvazione della legge 120 la maggior parte delle consigliere è indipendente e poche sono le rappresentanti dell’esecutivo delle aziende. Manca quella pipeline che potrà portare a percentuali differenti in futuro anche fra i ceo.

Anche perché le donne hanno molto spesso carriere in ambiti in cui difficilmente si cresce fino alla poltrona di amministratore delegato come l’HR e la comunicazione, mentre sono sottorappresentate nelle cariche bacino per i futuri/e ceo come i coo o i cfo. Qualche dato incoraggiante arriva dalle nuove generazioni: se le donne dirigenti sono il 18,3% nelle aziende private, secondo i dati Inps, fra gli under 35 salgono al 32,3%. Ci si augura soltanto che la pipeline non sia bucata, come dicono gli anglosassoni.

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