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Dopo Quota 100 solo ritocchi soft con Ape sociale e opzione donna

Si aprirà soltanto tra l’inizio dell’estate e il prossimo autunno. Come ha più volte ribadito il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, il dossier pensioni è al momento in naftalina. E anche il resto del governo è concentrato su altre priorità: dai vaccini fino ai sostegni e al Recovery plan. Ma alcune indicazioni sono di fatto arrivate dal primo Def, targato Draghi e Franco, che sarà votato domani dal Parlamento insieme al nuovo scostamento da 40 miliardi. La spesa, con gli oltre 288 miliardi attesi a fine anno (pari al 16,6% del Pil) continua a restare elevata. Ed è addirittura prevista un’accelerazione dal 2026 fino a raggiungere il picco del 17,4% sul prodotto interno lordo dieci anni dopo. Le cause, secondo l’analisi dei tecnici del Mef, sono da ricercare nelle ricadute della pandemia, nell’andamento demografico ma anche negli effetti derivati dall’adozione di Quota 100, che peserà sulle uscite pensionistiche per circa 0,2 punti di Pil l’anno fino al 2035. Suo pensionamenti anticipati introdotti dal “Conte 1”, e cari alla Lega, tra otto mesi calerà il sipario. Definitivamente, nelle intenzioni di Palazzo Chigi e via XX Settembre, dove, almeno per ora, non sembra fare troppa breccia l’idea di ricorrere a interventi troppo “invasivi” per ammorbidire lo “scalone” che si prospetta tra il 2021 e il 2022. Anche per questo motivo comincia a prendere forza l’ipotesi di prolungare ulteriormente, magari in versione rafforzata ed estesa, alcuni degli strumenti prorogati dall’ultima legge di bilancio. Primi fra tutti Ape sociale e Opzione donna.

Un’operazione soft che vedrebbe la cosiddetta “transizione” gestita con meccanismi collaudati e già assorbiti dal sistema previdenziale. E che, anche in chiave flessibilità, dovrebbe in qualche modo combinarsi con alcuni degli interventi scelti dal governo per la gestione delle uscite nei casi di crisi aziendali, come i contratti d’espansione, adeguatamente rifinanziati, e anche l’isopensione.

La scelta di muoversi lungo il solco tracciato con misure già utilizzate, consentirebbe anche di contenere i costi per le casse dello Stato. Il prolungamento al 2024 di opzione donna (la possibilità di uscita anticipata “contributiva” per le lavoratrici con 35 anni di contributi e 58 anni di età, 59 se autonome) previsto dall’ultima legge di bilancio grava sui conti per 1,2 miliardi, mentre la proroga di un anno dell’Ape sociale costa 600 milioni. In tutto 1,8 miliardi, una spesa assai inferiore agli stanziamenti previsti per Quota 100. Che, per altro, sono rimasti in parte inutilizzati (e per il biennio 2019-2020 già convogliati su altre misure per fronteggiare l’emergenza Covid), perché come ha detto anche il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico fin qui l’adesione ai pensionamenti anticipati con almeno 62 anni di età e 38 di contribuzione è stata inferiore del 50% rispetto alle stime iniziali.

Ma l’opzione di un intervento soft per il dopo Quota 100 non piace affatto ai sindacati. Che ieri in audizioni alle commissioni Bilancio di Camera e Senato hanno lamentato l’assenza nel Def di un vero capitolo pensioni e sono tornati a chiedere una flessibilità più diffusa da far scattare dall’inzio dell’anno. Secondo i sindacati, che continuano a chiedere l’immediata riapertura del tavolo sulla previdenza, occorre agire sui requisiti di pensionamento. A cominciare da lavoratori fragili e impegnati in attività gravose. Per questi ultimi l’ex capogruppo alla Camera, Graziano Delrio aveva proposto una quota 92. Il tema è stato indirettamente toccato ieri anche da Tridico in un’audizione alla Camera sulla proposta di legge sull’anticipo pensionistico per i lavoratori edili. Il presidente dell’Inps ha tra l’altro proposto di inserire i lavoratori sui ponteggi e l’edilizia acrobatica nella fascia estesa delle mansioni usuranti. Sempre secondo Tridico sarebbe utile una flessibilità in uscita, a 62-63 anni, per i cosiddetti lavoratori fragili. E su questo il governo, anche per la spinta della maggioranza, in autunno potrebbe non chiudere.

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