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Quindici «big» troppo Popolari

Da mercoledì scorso sono finalmente chiari a tutti i sibillini avvertimenti che il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha fatto trapelare negli ultimi mesi. L’attenzione, diceva Visco, va concentrata sulle banche popolari. Ci siamo. Nella lista delle 15 banche italiane che finiranno fra un anno sotto il controllo diretto della Vigilanza della Banca centrale europea ce ne sono ben nove con un’anima mutualistico-popolare. Tolte le prime cinque per dimensione (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Ubi) le popolari occupano sette delle restanti dieci posizioni. Non sono popolari Mediobanca (una holding votata a fare la banca d’affari), il Credem e Carige.

Coefficienti
Ed è tra le popolari che nascono le maggiori preoccupazioni a livello sistemico nella valutazione del coefficiente Tier 1. Senza sprofondare al 5,62 per cento di Banca della Marche, in amministrazione straordinaria, si trovano al di sotto della soglia minima dell’8 per cento, fissato dai parametri di Basilea 3, Carige (6,9%), Popolare di Sondrio (7,76%), Credito Valtellinese (7,98%), Veneto Banca (7,59%). Poco sopra l’asticella europea la Banca Popolare di Milano (8,07%) e Banca Popolare di Vicenza (8,11%). Senza problemi di capitale appaiono al momento la Popolare dell’Emilia-Romagna e la holding delle Banche di credito cooperativo, Iccrea.
I dati sulla patrimonializzazione attraverso l’indicatore Tier 1, sono al netto degli stress test e non considerano, per alcune delle banche di minor dimensione, l’impatto del cosiddetto rischio-Paese. È vero che Intesa Sanpaolo è ai vertici europei per l’investimento in titoli di stato di un paese considerato a rischio (l’Italia), ma è anche vero che il livello di capitale disponibile per Intesa, Unicredit e Ubi pongono queste tre banche al riparo dalle speculazioni sulla tenuta del sistema-Italia. Il Monte dei Paschi per ora gode dei benefici dei Monti-bond (che però dovrà restituire) e il Banco Popolare a fronte di un elevato livello di crediti dubbi e di basse coperture sui crediti a rischio (rispettivamente il 16,9 per cento e il 29,2 per cento), ha unCore tier 1 al 10,1 per cento e un Tier 1 al 10,95 per cento. I problemi sono altrove.
Aggregazioni
Il mondo delle popolari è in subbuglio. Le principali banche d’affari sono in movimento: disegnano scenari, studiano alleanze. Le voci si sprecano. Sta per iniziare un nuovo giro di consolidamento del sistema. Sono ufficialmente iniziate le trattative tra la Popolare di Marostica e la Volkbank-Banca Popolare dell’Alto Adige. I punti caldi riguardano Banca delle Marche e il polo abruzzese, con Tercas e Caripe: più che di fusioni, in questi casi, si tratta di salvataggi. Ed è proprio la difficile condizione in cui versano questi istituti che ha finora frenato l’interesse della Vicenza nelle Marche e del Credito Valtellinese per Tercas e Caripe. Sarebbero operazioni troppo onerose e rappresenterebbero un concreto pericolo di compromissione dell’equilibrio esistente. Anche perché la prospettata fusione tra la Popolare di Puglia e Basilicata con la Popolare di Bari, potrebbe non andare in porto e si renderebbe necessario l’intervento di un operatore più strutturato. Così come a Ferrara, dove la Carife boccheggia o come nel caso della Popolare dell’Etruria e del Lazio, su cui sembra essere vivo l’interesse della Banca Popolare dell’Emilia-Romagna, che si trova in continuità territoriale.
La superpopolare
A fronte di queste operazioni di urgenza, si contrappongono altri possibili deal, più strategici. Il più gettonato del momento — già smentito dai vertici delle due aziende — vede protagonisti Banco Popolare e Bpm. Alla luce delle pressioni di Bankitalia e della Bce, la soluzione sembrerebbe essere gradita ad alcune rappresentanze sindacali, da sempre molto attive nella vita della PopMilano. Per ora, Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato del Banco, sottolinea di essere impegnato «nell’opera di consolidamento interno».
Alle difficoltà della Carige, invece, pressata dai tempi e con una Fondazione che si pone sul lato del venditore, potrebbe far comodo l’interesse di Ubi, che però è tutto da studiare e valutare: a Genova mancano ancora 700 milioni da portare a capitale entro la fine di quest’anno.
Anche in Veneto la situazione merita attenzione. Se Gianni Zonin conta di concludere entro dicembre la terza tranche dell’aumento da residuali 100 milioni di euro riservati ai nuovi soci, che portano il complesso dell’intervento sottoscritto a 606 milioni, Veneto Banca continua ad avere un orizzonte meno cristallino. Le difficoltà della banca guidata da Vincenzo Consoli si riflettono sui livelli di patrimonializzazione e sui crediti dubbi: è difficile per una banca popolare negare credito ai propri soci. Come se ne uscirà? Basterà non pagare il dividendo come è avvenuto nella scorsa primavera, quando si chiuse il bilancio in rosso dopo le rettifiche sul valore del patrimonio immobiliare imposte da Banca d’Italia? O sarà necessario altro?
È evidente che tutti si sarebbero attesi, dalla Bce, non solo l’individuazione del male, ma anche la cura, i criteri a cui adeguarsi. Evidentemente sono ancora in discussione. L’Unione Bancaria sarà, come ha detto Visco, «un’innovazione di vasta portata, che richiederà uno sforzo organizzativo almeno tanto complesso quanto quello che è stato necessario per introdurre la moneta unica».
Rendere omogeneo il terreno di gioco, aumentando la trasparenza dei bilanci al fine di giungere a una più completa confrontabilità tra le banche dell’Ue (dove Deutsche Bank è molto esposta con prodotti derivati e il Crédit Agricole ha una «leva» che sfiora il 62 per cento a fronte di un Core tier 1 all’8,5%) è l’obiettivo comune. Vedremo percorrendo quali strade sarà raggiunto. Da venerdì prossimo inizia il count-down. Manca un anno alla more perfect union.
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