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Quelle sirene per Draghi l’invisibile protagonista della crisi di governo

C’è un convitato di pietra in questa crisi di governo. È silenzioso, non partecipa alle consultazioni, non assiste alle riunioni di partito, eppure è sempre presente. È evocato in ogni riunione. E’ un protagonista invisibile. Il suo nome è Mario Draghi. L’ex Governatore della Banca d’Italia ed ex presidente della Bce. L’uomo che molti, in Italia e all’Estero, considerano la migliore riserva della Repubblica.
Da quando ha lasciato gli uffici di Francoforte si è tenuto lontano dalle polemiche e dalla politica. Ancora adesso divide il suo tempo tra la casa in Umbria e quella a Roma. In questo incancrenirsi dello scontro tra le forze politiche, però, la sua ritrosia rispetto all’impegno politico è diventata meno netta. Se, insomma, ci fosse la necessità, “SuperMario” si metterebbe ancora a disposizione delle Istituzioni. In qualsiasi ruolo, presidenziale (inteso come del Consiglio) o ministeriale.
Del resto, anche in questi giorni così confusi, a tutti quelli che lo hanno chiamato ha ripetuto esattamente quel che ha sempre detto in passato: sono sempre stato e sempre sarò a disposizione del mio Paese. Come disse nel 2007, «lavoro al servizio della società». Non certo un politico di professione. «Non voglio esserlo», ammonì nel 2015 quando per il Colle venne avanzata la sua candidatura. Un servitore dello Stato, però, sì.
In questa stagione turbolenta, allora, in diversi lo hanno contattato. Ma lui non si espone e continuerà a non farlo. Si tiene, come d’abitudine, prudentemente a distanza. Certo, segue quel che sta accadendo nella Capitale. Basti pensare che martedì scorso, mentre Giuseppe Conte saliva al Quirinale per dimettersi, ha passato la giornata nel suo ufficio da “emerito” nella sede della Banca d’Italia a Via Nazionale, a pochi passi dal Quirinale. Una stanza al primo piano di Palazzo Koch, nell’ala speculare rispetto a quella dove si trova il Governatore in carica, Ignazio Visco. E a fianco di un altro ex dirigente di Bankitalia, Fabio Panetta che in qualità di membro del board della Bce ha conservato uno spazio nell’edificio che lo ha visto direttore generale. Draghi, del resto, ha un rapporto molto buono con il suo successore. Dai tempi dell’università, entrambi allievi di Federico Caffè. Ed ha un’intesa eccellente con Panetta. Tutti e tre costituiscono un punto di riferimento, in relazione alle questioni economiche, per il Colle.
Le telefonate, dunque, sono state tante in questo periodo. Non è un mistero che molte delle Cancellerie europee vedano in lui una risorsa. In primo luogo Angela Merkel. Ma nelle conversazioni italiane, nessuno al momento gli ha prospettato niente di concreto. Nulla che potesse essere direttamente riferito alle vicende dell’esecutivo. E comunque, se qualcuno gliele avesse prospettate, si sarebbe chiuso nella sua impermeabilità. L’unico elemento che non ha nascosto riguarda le citazioni che di frequente gli dedica il Commissario europeo ed ex premier, Paolo Gentiloni. Citazioni che ha letto ed ascoltato con interesse.
Il suo nome, comunque, è ricominciato a rimbalzare da ieri pomeriggio. Le parole di Matteo Renzi a favore di un governo istituzionale o tecnico, sono una sorta di volano per chi vorrebbe ascoltare i suggerimenti di Draghi. Le telefonate, oggi, probabilmente saranno ancora di più.
Di certo oltre ai buoni rapporti con Mattarella, l’ex Governatore ha trovato nel recente passato un interlocutore nel grillino Luigi Di Maio. Una sorpresa se si considerano le posizioni storiche dell’M5S. I suoi legami, però, sono più robusti nel centrosinistra “storico”. La sua estrazione “ciampiana” è stata sempre un passepartout in quel mondo. E lui stesso non ha mai nascosto le sue radici culturali. «Le mie convinzioni – disse nel 2015 in una intervista al giornale tedesco Die Zeit – rientrano in quelle idee che oggi verrebbero definite del socialismo liberale, quindi non proprio collocabili in raggruppamenti estremi». Come il suo maestro Caffè crede nella necessità di regolare il mercato e nel welfare. Una tradizione che certo non lo allontanerebbe culturalmente dalla maggioranza attuale. E comunque i rapporti con la politica li ha sempre tenuti. Una scuola, in particolare, è stata la Direzione generale del Tesoro. L’ex segretario del Ppi, Franco Marini, ancora ricorda un pranzo con lui durante il primo governo Prodi. Era in ballo una corposa tornata di nomine. «Lui decideva tutto da solo – ricordava Marini qualche tempo – e allora gli chiesi prudentemente se potesse ascoltare anche i nostri consigli. Sorrise, li ascoltò e rimase in silenzio. Poi seppi che per alcune caselle ascoltò bene ».
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