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Quelle richieste di «discontinuità» di Bankitalia

«Abbiamo patrimonio, liquidità e redditività caratteristica adeguati per proseguire il nostro percorso in autonomia. Questa è la nostra linea oggi e questa sarà la nostra linea domani». Vincenzo Consoli, l’attuale direttore generale di Veneto Banca, rispondeva così esattamente un anno fa alle avances dei “cugini” di Popolare di Vicenza, che avevano aperto all’ipotesi di una fusione con Montebelluna. Un matrimonio, si sa, che alla fine non si celebrò.
E forse è proprio da quelle “nozze mancate” che scatta l’anno più complicato per la storia di Veneto Banca. A poco del resto serve il suggerimento dato da Banca d’Italia qualche settimana prima, quando a fine 2013, al termine di due ispezioni sui crediti – alla base dell’indagine di ieri -, gli ispettori chiedono al Cda della banca di «valutare l’ipotesi di integrazione con altri istituti di credito».
Montebelluna respinge la proposta al mittente e a sorpresa va al contro-attacco. E a marzo annuncia strade alternative per rafforzare un patrimonio che si profila sotto i minimi regolamentari. Anche perchè nel frattempo si sta prospettando il passaggio di testimone tra Bankitalia e Bce e incombe la valutazione approfondita degli attivi da parte di Francoforte.
La banca presieduta allora da Flavio Trinca chiama gli azionisti a fare quadrato per mantenere l’indipendenza. Serve un doppio sforzo: un aumento di capitale da 500 milioni e la conversione in azioni del prestito obbligazionario da 350 milioni. Un rafforzamento a cui si aggiunge l’annuncio della cessione di Bim (che è in vendita da tempo).
Il piano tuttavia convince solo in parte Bankitalia. Che, durante le ispezioni, mette anche in luce «carenze nel governo societario e nei controlli interni nel fronteggiare il peggioramento della qualità dell’attivo» e punisce con una multa da 1,1 milioni gli esponenti aziendali. Palazzo Koch vuole insomma «discontinuità» nella governance del gruppo. Tradotto: un rinnovo completo nel cda.
Quello che succede all’assemblea di fine aprile, invece, è un nuovo colpo di scena. A quell’appuntamento il cda di Veneto Banca ci arriva dimissionario, dopo voci insistenti che danno Vincenzo Consoli, uomo-simbolo della banca e strenuo difensore dell’autonomia dell’istituto, oramai pronto a fare un passo indietro. Ma se è vero che il cda viene rinnovato interamente (al posto di Trinca subentra Francesco Favotto, docente all’università di Padova), Consoli non piega del tutto la testa. Si toglie i gradi di amministratore delegato ma diventa direttore generale, tenendo così le deleghe operative con un mandato biennale. E in un clima da stadio, l’assemblea si trasforma in un “j’accuse” contro Bankitalia, i cui rilievi sono definiti da Trinca «distorti e strumentali» e utili solo «a favorire un’aggregazione». È l’apice dello scontro, fin’ora rimasto sotto traccia, con Banca d’Italia.
Ma l’assemblea vota a favore, e approva quel rafforzamento patrimoniale che a ottobre permette alla banca di superare i test della Bce. Il margine è in verità risicato ( 24 milioni) ma per un istituto che qualche mese prima sembrava boccheggiante è un esito non scontato. Forse è anche per questo che, nei giorni scorsi, nonostante la perdita record del 2014 di 650 milioni, in Cda sarebbe arrivata un proposta di rinnovo del mandato di Vincenzo Consoli per altri anni oltre i due già concessi. Una mossa letta da molti come il tentativo “dell’inossidabile” Consoli – come lo chiamano i suoi collaboratori – di tornare pienamente in sella alla banca ora che il risiko bancario sembra pronto a scattare. Ma su cui da ieri aleggia l’inchiesta avviata dalla procura di Roma.

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