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Quella voglia di Bot anche a tassi zero lo spettro di Atene sembra lontano

A PRIMA vista è tutto normale, almeno per questi tempi abnormi. Quasi niente di ciò che accade attorno ai tassi d’interesse sui titoli di Stato italiani, cioè sul costo di finanziamento del debito pubblico, sembra fuori linea rispetto a ciò che si poteva prevedere. Almeno in apparenza e per adesso, i mercati hanno l’aria di comportarsi come se ciò che separa l’Italia dalla Grecia non sia un breve tratto di mare ma un’inespugnabile muraglia.

Ieri anche l’emissione di Buoni ordinari del Tesoro (Bot) rimborsabili fra sei mesi ha fatto registrare rendimenti esattamente a zero. Gli investitori parcheggiano il proprio denaro presso il governo italiano senza che ciò frutti loro un solo centesimo. In realtà però sta succedendo qualcosa di più complesso, e non solo perché l’erosione dei prezzi al consumo aumenta il potere d’acquisto del denaro anche senza rendimenti da interessi. Ciò che si verifica, è un andamento a forbice. Da quando la Banca centrale europea ha avviato il suo piano di acquisti di titoli da oltre mille miliardi, i tassi d’interesse dell’Italia si sono mossi in due direzioni diverse. Quelli a breve termine sono scesi; quelli più a lungo termine invece, dopo quasi tre anni durante i quali non hanno fatto che scendere (con poche interruzioni), hanno ripreso a salire.
C’è una logica in tutto questo. Dopo Germania, Austria, Olanda, Finlandia, Belgio, Francia, Irlanda, e Spagna — in quest’ordine — anche l’Italia da poco più di una settimana è entrata nell’universo dei tassi d’interesse negativi. Gli investitori accettano di prestare denaro a uno o a tre mesi alla Repubblica italiana sapendo che ne avranno indietro un numero minore di euro, se tengono i titoli fino a scadenza. È la domanda sugli stessi titoli in arrivo dall’Eurotower, che fa salire i prezzi e dunque riduce i rendimenti.
Nel frattempo se si guarda più lontano, ai tassi d’interesse sui titoli a dieci anni, accade l’opposto. Per almeno due anni e mezzo quegli indicatori sono scesi pressoché costantemente, fino a quando il 12 marzo scorso comprare un Buono pluriennale del Tesoro italiano (Btp) rendeva a scadenza appena l’1,03%: una remunerazione minima, per il rischio di prestare a dieci anni a un debitore da 2.160 miliardi di euro incapace di crescere da 15 anni.
Eppure da quei giorni si sono prodotte due svolte. Una mille volte annunciata: l’inizio degli interventi della Bce sui titoli di Stato. L’altra strisciante: il graduale aumento dei rendimenti dei Btp a dieci anni. A metà aprile erano già quasi all’1,5%, e da allora sono scesi solo di poco. Non è necessariamente strano, perché sta succedendo ciò che è accaduto anche negli Stati Uniti non appena la Federal Reserve ha iniziato a comprare titoli di Stato. I tassi crollano in attesa degli interventi. Ma quando questi cominciano, i rendimenti a lungo termine salgono perché gli investitori iniziano a prevedere che in futuro la deflazione verrà sconfitta e ci sarà un po’ d’inflazione: dunque chiedono rendimenti che li coprano dall’erosione del potere d’acquisto. Inoltre, i governi di Italia e Spagna stanno approfittando degli acquisti della Bce per emettere molti titoli a lunga scadenza e a basso costo. Ciò dà loro respiro nella gestione del debito, ma tutta quell’offerta di carta a lungo termine ne aumenta un po’ i rendimenti.
Ma davvero questi equilibri sono al riparo di un’insolvenza della Grecia? È lecito dubitarne. L’Italia oggi è esposta su Atene per 37,5 miliardi di euro e l’esposizione totale di fondo salvataggi Efsf, governi europei, Bce, Banca di Grecia (a sua volta esposta sull’Eurotower) sfiora i 400 miliardi. Se la Grecia facesse default, contabilmente il debito e il deficit di Roma non aumenterebbero. Ma sia il Tesoro italiano che i pari grado europei dovrebbero tornare sul mercato per indennizzare il fondo salvataggi e forse anche il sistema europeo delle banche centrali. Già solo questo sarebbe un trauma massiccio. Tra Grecia e Italia, come sempre, c’è solo un tratto di mare.
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