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Quel terzo incomodo tra Hillary e Trump

Quando il 27 maggio scorso, ad Harvard, il presidente della Federal Reserve Janet Yellen ha preso la parola, gli investitori hanno avuto un sussulto. Una frase li ha colpiti come mai dall’inizio dell’anno: «Potrebbe essere appropriato alzare i tassi nei prossimi mesi». Giugno o luglio, poco cambia. L’indicazione prospettica tanto attesa dai mercati è arrivata. E ha scosso anche la campagna elettorale per la successione di Barack Obama alla Casa Bianca.

Il mantra della Fed, e soprattutto della Yellen e del suo vice Stanley Fischer, sono i dati. Essi sono il parametro più significativo per le decisioni del Federal open market committee (Fomc, cioè l’organo operativo della Fed). Se occupazione e inflazione sono in linea con le previsioni, allora si può continuare il percorso di normalizzazione della politica monetaria statunitense. Così è stato.

Casa BiancaSecondo il FedWatch della Chicago mercantile exchange (Cme), il quale monitora i prezzi dei future sui Fed fund a 30 giorni, le probabilità che arrivi un rialzo di 25 punti base in giugno sono fissate al 16,9 per cento. Ma crescono fino al 57% se si guarda a luglio. E già adesso c’è il 41,6% di possibilità che a dicembre il tasso principale della Fed sia superiore al punto percentuale (adesso è allo 0,5%). I mercati ci credono. E la politica osserva.

Le dichiarazioni della Yellen toccano anche la lunga corsa verso la Casa Bianca. A chi giova un rialzo dei tassi in estate? Sicuramente a Obama. Lo scorso lunedì 11 aprile il presidente americano e la Yellen si sono incontrati per discutere, insieme al vice presidente Joe Biden, dello stato dell’economia. Sono meeting non così frequenti, l’ultimo per esempio è avvenuto nel novembre 2014. E, come sottolineano i bene informati, ci sarebbe stato un cambio di dialettica. «Obama ha sottolineato che, in base alle indicazioni della Casa Bianca, mai l’economia statunitense è stata così vivace dal 2008 a oggi. E la Yellen lo ha confermato», spiegano fonti governative. Già ad aprile c’era l’indicazione che, se anche in maggio fosse continuato il percorso di stabilizzazione delle asimmetrie e delle disomogeneità nei vari distretti della Fed, esisteva un certo margine per continuare coi rialzi dei tassi.

La conseguenza per Obama è che lascerà la Casa Bianca con un’economia in ripresa e un tasso di disoccupazione ai minimi dal 2008. Secondo gli strategist di Morgan Stanley si tratta di «un successo senza precedenti per un’amministrazione sicuramente controversa sotto molti aspetti».

Quale sarà quindi l’eredità di Obama? «È molto probabile che sia quella del presidente che ha traghettato gli Usa fuori dalla peggiore crisi economica dal Secondo dopoguerra», scriveva a inizio febbraio J.P. Morgan. Più cauta è invece Jefferies, che ha ricordato agli investitori istituzionali che «non c’è bisogno di scomodare Obama per commentare le mosse della Yellen, che invece sono in linea con il percorso che diversi presidenti dei distretti della Fed hanno sempre comunicato, cioè due o più rialzi nel corso del 2016».

ConcorrentiChi si trova nella posizione più difficile è il candidato dei Repubblicani, Donald Trump. Due le ragioni. Primo, perché a oggi non ha ancora trovato un’armonia con la Yellen. I continui attacchi all’attuale politica monetaria e all’indipendenza della Fed non sono passati inosservati nei corridoi dell’Eccles Building in Constitution Avenue a Washington. Secondo, perché è vero che il tasso di crescita del Prodotto interno lordo (Pil) è intorno al 2,5%, ma è altrettanto vero che sono diversi i settori di Wall Street che stanno sobbollendo, dai titoli legati ai social media a quelli legati alle biotecnologie.

Infine c’è Hillary Clinton, il principale candidato dei Democratici. Anche lei, nel caso di una vittoria elettorale, si troverà nella condizione di dover fronteggiare il processo di normalizzazione della Fed, che non sarà indolore.

L’impatto dell’exit strategy sull’economia reale, tuttavia, potrà essere monitorato in modo più agevole dal team scelto dall’ex Segretario di Stato. Al vertice c’è Alan Blinder, professore di Economia e Affari pubblici a Princeton, il quale è in ottimi rapporti con la Yellen e già nel gennaio 2015, dalle colonne del Wall Street Journal, aveva difeso l’indipendenza dell’istituzione di Washington.

A oggi c’è una sola certezza. La Fed può giustificare il rialzo del costo del denaro in estate con i fondamentali economici. Non si può escludere che questa azione possa diventare il pretesto per accusare la Yellen di aver effettuato una scelta «politica», capace di influenzare la battaglia tra Clinton e Trump.

Ma, come ha ricordato Bank of America-Merrill Lynch lo scorso 25 maggio, «la Fed non sarà dissuasa dal continuare a rialzare i tassi solo per via delle elezioni». Come dicono Yellen e Fischer, contano solamente i dati.

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