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Quel rilancio per battere Bnp

Nell’acceso dibattito che punta a stabilire se il prezzo che il Monte dei Paschi di Siena pagò per AntonVeneta nel 2007 fu davvero folle, ci sono diverse variabili da considerare: il contesto in cui maturò l’operazione; gli interessi strategici incrociati sull’asset; l’offerta di Bnp Paribas; la girandola di valutazioni tutte prive di accurata due diligence; le modalità di pagamento.
Il Santander decise di cedere Antonveneta ancora prima di esserne nei fatti proprietario effettivo. La banca spagnola partecipò all’acquisto di Abn Amro con l’intenzione di ricavarne l’asset italiano, che l’istituto olandese aveva rilevato nel 2005 valutandolo complessivamente 7,6 miliardi. Nel computo dell’operazione Abn, emerse un valore attribuibile ad AntonVeneta nell’intorno dei 6,6 miliardi. Si sa, però, che quando si compra una holding la si acquista a sconto rispetto alla valorizzazione di ogni singolo asset. Quei 6,6 miliardi, dunque, dovevano essere per il Santander una base di partenza sulla quale poter costruire, se possibile, una piccola plusvalenza. Tant’è che, quando Emilio Botìn decise di avviare i contatti per vendere la banca la valutazione da cui si partì fu di 7,5 miliardi.
L’offerta di Bnp
Bnp Paribas si rese disponibile a pagare quella cifra. Per Bnp, che nel 2006 mise piede in forze in Italia con l’acquisto di Bnl, si trattava di un’ulteriore possibilità di espansione. AntonVeneta portava in dote mille sportelli concentrati in un territorio nel quale la presenza era di fatto marginale. Un’occasione quindi da non perdere. Tanto che Bnp, dopo i primi contatti, alzò il prezzo spingendosi a offrire fino a 8,2 miliardi. Somma poi rivelatasi inferiore di 1,1 miliardi di quanto l’istituto è costato effettivamente a Mps. Una differenza che per alcuni non sarebbe così rilevante, considerato che quel gap era di poco superiore all’utile atteso per Antoveneta nel 2007 (tra gli 800 milioni e il miliardo). Per Mps, tra l’altro, si trattava dell’ultima carta da giocare per non restare fuori dal maxi riassetto del credito che si stava giocando in Italia in quei mesi. Il 2007, infatti, è l’anno in cui Unicredit convola a nozze con Capitalia e Banca Intesa con San Paolo di Torino. In un attimo si sono dunque unite le prime quattro banche del paese e la sfida del momento è quella di diventare il terzo polo nazionale. I candidati sono evidentemente due, da un lato la Bnl di Bnp e dall’altro il Monte. Ecco perché entrambe scendono in campo. Mps alla fine la spunta. Ma a quale prezzo? Oltre 9 miliardi, pagati in contanti e senza poter condurre un’accurata due diligence perché Botìn, con l’obiettivo di accorciare i tempi della trattativa, mette Siena alle strette e spinge Mps, in particolare Giuseppe Mussari, a portare in una sola notte la sua offerta da 8 a 9 miliardi.
La proposta senese
Sulla carta il Monte ha i numeri per sostenere la proposta: vale in Borsa oltre 14 miliardi e si prepara a lanciare un aumento di capitale. Nel 2008 arrivò però il fallimento di Lehman Brothers e quell’operazione chiusa in contanti iniziò a mostrare le prime crepe. Complice anche il fatto che fu archiviata tutta cash. Buona parte delle operazioni concluse in Italia in quegli anni avvenne infatti carta contro carta. È il caso, per esempio di UniCredit-Capitalia, o di CariFirenze, acquistata da Intesa Sanpaolo o di Banca Lombarda, entrata nell’orbita Ubi. Per buona parte di quelle transazioni, fu individuato in 8,8 milioni il valore medio pagato per ogni singolo sportello, in 23,5 volte il prezzo che andava versato rispetto all’utile del 2007 (p/e) e in 2,8 volte il prezzo sul tangible book value (p/tbv). Mps comprò invece AntonVeneta pagando ogni singolo sportello 8,9 milioni, il p/e era pari a 26,2 volte e il p/tbv a 3 volte.

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