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Quel nodo stretto che lega istituti e imprese

L’amministratore delegato del gruppo Unicredit, Federico Ghizzoni, una settimana fa su queste colonne ha annunciato la ripresa delle operazioni di fusione e acquisizione tra le piccole e medie imprese basate in Italia.
«Un segnale importantissimo — sottolinea Roberto Crapelli, amministratore delegato per l’Italia di Roland Berger, uno dei maggiori gruppi di consulenza strategica al mondo — perché può essere l’inizio della ripartenza. Dopo la grande crisi, le aziende hanno capito che la dimensione, per competere in un mercato globale, è importante. Ecco, a fronte di queste operazioni evidenziate da Ghizzoni c’è la speranza che oltre a immediate ragioni di business, ce ne siano altre di natura strategica. Ovvero, da un’operazione di fusione o acquisizione — spiega Crapelli — derivano immediati vantaggi di natura industriale: minori costi, razionalizzazioni. Ma queste sono motivazioni deboli per sostenere tutto il complesso impianto di un’operazione del genere. È solo se le due parti trovano un nuovo modo di lavorare assieme, cioè se riescono a cambiare il loro business model che l’operazione da finanziaria avrà avuto successo anche in campo industriale. Queste sono le motivazioni forti di cui c’è bisogno per andare oltre la somma algebrica di due realtà».
Roland Berger ha messo a punto uno studio sulle ristrutturazioni aziendali, dopo cinque anni di pesantissima crisi, che evidenzia un ruolo propositivo sia per l’insieme delle istituzioni finanziarie, che dei governi coinvolti.
«Le banche — evidenzia Crapelli — vedono le aziende come delle isole, invece dovrebbe concentrarsi sul sistema industriale identificandolo come un’entità mobile, con svariate interdipendenze. Soprattutto a livello di business to business deve passare l’idea di filiera. Se i distretti sono solo una questione di prossimità, oggi la filiera è un concetto irrinunciabile. Le aziende, i gruppi di aziende legate da rapporti di fornitura, sono delle piramidi in cui dev’essere chiara dove risiede la leadership. E in questo la banca ha un ruolo importante, soprattutto nell’identificazione di settori più potenzialmente meritevoli di credito, perché trascinatori dello sviluppo. Sia chiaro, senza entrare nella libera autonomia delle imprese, ma con un ruolo di consigliere strategico che gli istituti di credito devono esercitare in forza della loro esperienza e dei dati macroeconomici di cui dispongono».
Il ruolo del governo, secondo il numero uno di Roland Berger in Italia, non è meno strategico. Anzi. «La nostra analisi parte da un semplice dato di fatto: il settore industriale è capace di generare più Pil del settore dei servizi. Questo è un punto di partenza fondamentale, che va tenuto presente. Non stiamo invocando un ritorno all’Italia delle ciminiere, anche la fabbrica prodotti di una banca è un’industria… Il fatto è che proprio per sua natura l’industria produce più reddito di chi si occupa di servizi e di questo il governo, cui spettano scelte strategiche che avranno ricadute su tutto il territorio, deve tenere presente. Non potendo fare tutto, è la domanda chiave, su cosa è più opportuno concentrarsi?».
Le imprese italiane, e più in generale del sud ovest dell’Europa, vivono poi un problema di capitalizzazione e di stretta dipendenza dagli istituti di credito. Un nodo che dovrebbe sciogliersi, con benefici sia per la banca che per l’impresa. Il 72 per cento tra le imprese intervistate da Roland Berger quest’anno nel Sudovest d’Europa ha dichiarato che la più importante fonte di finanziamento è il prestito bancario. Nel Nord dell’Europa la percentuale scende al 50 per cento e nella media Ue al 46 per cento. In Italia, quel 72 per cento d’area raggiunge l’80 per cento.
«Tra le fonti finanziarie esterne — conclude Crapelli — il debito bancario viene spesso utilizzato in modo improprio e viene visto dalle aziende italiane come la sola opzione disponibile, mentre invece il vero problema è la sottocapitalizzazione». Da cui deriva la modesta dimensione di molte aziende. Piccolo, al tempo del mercato globale, non è più bello. E il confronto con le imprese di Francia e Germania, è spesso penalizzante. In Italia le aziende che fatturano più di 5 miliardi, secondo l’indagine di Roland Berger, sono una trentina, il doppio in Francia, un centinaio in Germania.

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