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«Quel giorno che Umberto Agnelli scelse Marchionne e salvò la Fiat»

Dieci anni. Un’eternità, a guardarsi intorno. Ieri, a guardarsi dentro. Come fa adesso Gabriele Galateri di Genola. Umberto Agnelli moriva la mattina del 27 maggio 2004, solo sedici mesi dopo la scomparsa del fratello Giovanni, l’Avvocato. Era toccato a lui farsi carico della Fiat nel momento peggiore dell’ultracentenaria storia aziendale. Il fallimento pareva a un passo, l’operazione-pulizia ordinata per il primo e unico bilancio che avrebbe firmato era arrivata a sommare 4,2 miliardi di perdite. Per coprirli, ricorda Galateri, Agnelli non ci aveva messo solo «un fortissimo senso di responsabilità e del dovere: ci aveva messo la faccia». E il portafoglio. Era stato Umberto a vendere praticamente tutti i gioielli di famiglia per concentrare le risorse sull’auto. E quando era stato chiaro che la malattia non gli avrebbe lasciato scampo, e che il Lingotto rischiava nuovi, persino più devastanti uragani, era stato ancora lui a indicare il nome dell’uomo – a quasi chiunque altro pressoché sconosciuto – che avrebbe potuto evitare un naufragio dato da tutti per sicuro. Sergio Marchionne lo ricorderà questa mattina in un incontro-omaggio pubblico al Sestriere, insieme alla famiglia e ai rappresentanti degli altri «mondi» che Agnelli amava. La Juventus. Il Giappone. Anche per il numero uno di quello che nel frattempo è diventato il settimo costruttore mondiale, forse, questo 2004-2014 è un’eternità ed è “ieri”. Lo è certamente, «ieri», per Galateri: quindici anni passati fianco a fianco con «il Dottore» a far grande l’Ifil (la finanziaria di famiglia, diventata Exor sotto la guida di John Elkann), un breve passaggio dalla stessa Fiat nel 2002 e poi, dal 2003, presidente via via di Mediobanca, Telecom, ora le Assicurazioni Generali. Non è la classica frase di circostanza, il suo «per me Umberto Agnelli è una presenza molto reale, una storia che continua». 
Come?
«In tanti modi. Nella mia vita professionale, per cominciare. Con lui facevo l’amministratore delegato, oggi faccio il presidente. Mi sono accorto in fretta di quante cose mi abbia insegnato, esplicitamente o meno, su cosa significhi e come vada esercitato questo ruolo. Devi rappresentare un’istituzione e saper motivare la squadra. Devi, soprattutto, rispettare l’autonomia di chi ha gli incarichi operativi. Devi saper stare un passo indietro. Tutto questo l’ho imparato da lui. L’ho capito quando a quei ruoli sono arrivato e lo interpreto, adesso, da lontano: ma solo nel tempo».
Non è così facile figurarsi un Agnelli “un passo indietro”. Per quanto riservato fosse Umberto, e per quanto nota fosse la sua regola: netta distinzione delle responsabilità tra azionisti e management.
«Era esattamente quello che applicava. C’è un episodio in sé banale, ma che rende l’idea. Volevano farlo cavaliere del lavoro. Rispose: “No, grazie, meglio Galateri”».
E cavaliere è diventato lei.
«Per rinuncia sua, sì. Il che rivela molto anche del suo tratto umano. Ho detto che mi capita spesso di pensare a lui. Succede anche perché di frequente, all’estero, tutt’oggi me ne parlano. Non c’era solo l’Avvocato, Umberto aveva una rete altrettanto fitta di rapporti. Tutti lo ricordano con le stesse parole».
Che sono?
«Elogi del suo impegno professionale, della sua serietà. E appunto: della sua umanità. Evidentissima nonostante la sua totale riservatezza. Era un tratto molto particolare, per un Agnelli. Uno si immagina la dinastia, il jet set… Poco, quasi niente di tutto questo. Se andavamo a sciare al Sestriere, ci andavamo in macchina. Quando la domenica capitava che ci vedessimo da lui, alla Mandria, per questioni di lavoro, lo trovavo davanti alla tv con moglie e figli, a guardare la partita. Poi magari a Torino arrivava Bruce Springsteen e dopo il concerto andava a dormire a casa sua. Ma tra i suoi amici c’era tantissima gente comune. Persone con cui entusiasmarsi semplicemente per una mostra d’arte o un fuoriclasse della Juve. Rapporti da difendere con gelosia quasi assoluta della loro sfera esclusivamente privata».
Allo stesso modo, forse di più, difendeva la famiglia. Ha colpito tutti la grande dignità nel dolore per la malattia e poi la morte del primogenito, Giovanni Alberto. Con lei ne parlava mai?
«Pochissimo. Intuivi la sua enorme sofferenza, ma la viveva con un pudore e una riservatezza altrettanto grandi. Così come è accaduto dopo, quando ad ammalarsi è stato lui. Quel che posso dire, è che oggi sarebbe fierissimo di quello che hanno costruito gli altri due suoi figli, Anna e Andrea. I trionfi della Juventus e il successo di Andrea presidente della squadra lo renderebbero orgoglioso almeno quanto vedere la strada fatta dalla Fiat».
Ecco, la Fiat. Si diceva che, fosse stato per lui, l’auto sarebbe stata «cedibilissima». Poi è arrivata la grande crisi e lui ha venduto, sì: ma tutto il resto.
«No, l’atteggiamento non è mai stato: “Io dell’auto mi libererei”. Anzi. Poteva non essere d’accordo, ed è noto che a volte lo è stato, con le decisioni dell’Avvocato. Ma, anche a costo di sacrifici personali, come quando ha lasciato per concentrarsi sull’Ifil, le ha sempre accettate e poi rispettate senza antagonismi. Avveniva così per tutti i fratelli, e forse quella foto del nonno Giovanni, il Senatore, che Umberto come gli altri tenevano sulla scrivania indicava da dove venisse e quanto forte fosse il legame che li univa all’azienda. Anche quell’ultimo atto della sua vita, accettare di fare il presidente proprio quando tutto rischiava di finire, credo sia stato deciso pensando a quel che avrebbe fatto il Senatore».
Ha detto prima: ci ha messo la responsabilità, il coraggio, la faccia. Ha fatto pulizia. La Fiat l’ha salvata Marchionne ma è Agnelli che ha lasciato le basi?
«La girerei così: Marchionne ha salvato la Fiat ma è Agnelli che ha avuto l’”intuizione Marchionne”. Lo avevo accompagnato a Ginevra, alla Sgs, che Ifil aveva appena comprato. Ricordo ancora la stanza del colloquio da cui poi Sergio uscì come amministratore delegato della società: Umberto lo aveva scelto, e lo volle poi già nel consiglio Fiat, perché gli piacevano i manager che erano un po’ anche imprenditori, che avevano coraggio, che sapevano rischiare».
Per questo l’ha poi indicato come l’uomo della missione impossibile. Le sue ultime volontà per Fiat.
«Per questo, certo. E ancora una volta aveva ragione».

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