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Quel fardello degli Npl lasciato al suo destino

Il film delle due banche venete collassate, se lo si guarda in retrospettiva, narra di una grande amnesia collettiva, una sorta di consapevole rimozione che ha riguardato tutte le istituzioni, politiche e di vigilanza. Come se il trascorrere del tempo avrebbe magicamente guarito le due grandi malate. Ora siamo all’epilogo, inevitabile e comunque drammatico. Ma si poteva e doveva metter mano tempo addietro ai colossali guai di Vicenza e Montebelluna. Cosa rende speciali (insieme a Mps) le due ex popolari? Cosa le rende così difformi dal sistema bancario nel suo insieme? Il vulnus è (e soprattutto era) nella montagna colossale dei crediti in default. Prestiti malati cresciuti in modo esponenziale, complice la scellerata politica dei finanziamenti baciati. Crediti e mutui in cambio di azioni. E se l’interesse precipuo della gestione Zonin-Consoli era di fare credito a dismisura per ripatrimonializzare le loro banche, ovvio che il merito di credito dei debitori passasse in secondo piano. Basti pensare che già dal 2013 la mole dei crediti malati era ampiamente superiore alla media del sistema. Da allora è stato un crescendo. Nel 2014 la Popolare di Vicenza aveva infatti crediti deteriorati pari al 21% del portafoglio , quando il valore medio del sistema bancario era al 15%. Stesso copione lo troviamo a Montebelluna. La ex banca del dominus Consoli registrava a fine 2013 un tasso di crediti malati al 17%. Saliranno al 22% nel 2014 e arriveranno al 28% a fine del 2015. In soli due anni nei bilanci di Montebelluna i prestiti di difficile rientro salgono di ben dieci punti percentuali. E Vicenza segue la stessa dinamica. La ex banca di Zonin vede passare la zavorra di sofferenze e incagli dal 16% al 31% in soli 24 mesi. Vanno al raddoppio. Un trend che non ha eguali (salvo Mps) in Italia. Non solo. Le coperture cioè le svalutazioni e gli accantonamenti restano basse nonostante l’exploit del virus sofferenze. Per Veneto Banca il tasso di copertura dei deteriorati resta inadeguato. Era al 30% a fine del 2013, salirà a solo il 35% a fine 2015. Un quadro di deterioramento rapidissimo della qualità dell’attivo a cui non segue un’altrettanto rapida pulizia dei bilanci. Era tutto scritto nei bilanci, era tutto ben visibile a tutti. E diceva della profonda anomalia delle due ex popolari. Se si fosse pulito in modo più incisivo il bilancio, l’effetto sarebbe stato quello di dover chiedere l’aiuto delle altre banche (leggi Atlante) ben prima e per importi ben più elevati di quelli poi effettivamente sborsati. Quelle percentuali tradotte in cifre parlano di miliardi aggiuntivi per tenere i ratio patrimoniali sopra i parametri chiesti dalla regolazione. A tutt’oggi i 2,5 miliardi di denaro messi da Atlante (cui si aggiungeranno i 900 milioni in conto futuro aumento) hanno riportato il patrimonio netto delle due banche a quota 4 miliardi. Peccato che solo le sofferenze lorde valgono oggi oltre i 9 miliardi e il monte totale dei crediti deteriorati sia a quota 18 miliardi. Numeri impietosi che dicono che la montagna di sofferenze schiaccia le due banche sotto un peso invincibile. Ed è proprio il vulnus Npl che andava curato prima, per tempo. Cosa che non è stata fatta nella speranza che si metabolizzassero per magia. Una rimozione grave e colpevole.

Fabio Pavesi

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