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“Quel faccendiere si presentò come segretario del ministro poi non l’ho mai più visto”

«Ma quale faccendiere? Quel signore di cui si parla nelle carte della procura lo ho incontrato una volta nella vita e solo per pochi minuti. Mi è stato presentato come il segretario particolare del ministro algerino dell’Energia: mi ha accompagnato e non l’ho mai più visto». A chi gli chiede una replica, Paolo Scaroni non nega l’episodio che lo trascina nella nuova bufera giudiziaria che coinvolge Eni e la sua controllata Saipem per un presunto episodio di corruzione internazionale. Per i magistrati di Milano che lo hanno indagato, quel randez vous in un hotel di lusso della capitale francese non sarebbe stato solo un incontro d’affari petroliferi. Proprio per la presenza di Farid Bedjaoui, indicato dai pm come intermediario dedito alla raccolta e redistribuzione di tangenti.
Ma la linea di difesa che Scaroni, come ha spiegato ieri ai suoi più stretti collaboratori, non sarà quella di negare l’incontro. Ma quella di dimostrare come, in tutti i suoi anni alla guida di Eni a partire dal 2005, non si sia mai interessato dei contratti di Saipem. «Non potrei nemmeno. E’ vero che controlliamo Saipem al 43 per cento, ma non interferiamo nella loro attività. E la ragione è molto semplice: per il 90 per cento della sua attività Saipem lavora per tutti i nostri concorrenti, da Shell a Total. Se solo fossero sfiorati dal sospetto che sappiamo quello che fanno non lavorerebbero più».
Per ironia della sorte, ieri Scaroni era a un incontro di lavoro proprio ad Algeri, mentre le forze dell’ordine portavano via i suo computer a Metanopoli, nelle sede romana della società nonché nella sua casa di Milano. Anche in questo caso, l’occasione è stata un incontro con il ministro dell’Energia, ma quello nuovo, visto che negli ultimi mesi è in corso nel paese africano una guerra politica che – a cascata – coinvolge anche Sonatrach, la società di stato degli idrocarburi, primo fornitore di gas all’Italia. Il manager si dice »sereno e tranquillo», non ha nessuna intenzione di dimettersi e spiega anche in un altro modo perché sarebbe estraneo ai fatti imputatigli. «Eni e Saipem fanno un lavoro diverso. Noi andiamo dai governi e proponiamo lo sfruttamento di un giacimento. Se ci danno il via libera ci teniamo il petrolio o il gas che estraiamo fino a quando ci ripaghiamo l’investimento e poi ci teniamo una quota di quello successivo fino a esaurimento». Come dire: soldi non ne girano. Ma diverso è il caso di Saipem. «È una società di ingegneria e partecipa a delle gare e viene pagata per il suo lavoro. Ma come detto, Eni non ne segue l’attività ». Come spiegano dall’interno dell’azienda, «l’attività di Saipem è esposta a possibili tentativi di corruzione, visto il contesto in cui opera e come si muovono alcuni governi, situazioni che tutti i grandi gruppi petroliferi cercano di combattere».
Un altro particolare che Scaroni, in passato anche alla guida di Enel, non può negare è il ritorno sulla scena del segretario-faccendiere Bedjaoui, come socio in una attività agricola con l’ex moglie di un alto dirigente del gruppo, Pietro Varone, a sua volta coinvolto nell’inchiesta per tangenti in Algeria. Coincidenza veramente singolare. In questo caso, l’ad di Eni torna indietro di qualche settimana, allo scorso dicembre, quando i vertici di Saipem vengono decapitati: «Quando abbiamo saputo dell’inchiesta della Procura sugli episodi attribuiti a Saipem ci siamo mossi e ho scritto una lettera al presidente della società perché prendesse “interventi di forte discontinuità gestionale e organizzativa” che hanno poi portato all’allontanamento e alla sostituzione di tutti i manager coinvolti, Varone compreso». Intervento, forse tardivo: anche questo è un episodio che dovrà spiegare ai magistrati quando lo interrogheranno, visto che è indagata anche ai sensi della 231, la legge sulla responsabilità dei dirigenti, per omesso controllo.

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