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Quel comitato fantasma contro le crisi a catena non si riunisce da tre anni

Il governo e la Banca d’Italia hanno denunciato il rischio che le nuove norme sui salvataggi bancari possano contribuire a provocare crisi a catena fra gli istituti di credito, ma il comitato preposto a monitorare questo tipo di pericoli non si riunisce da tre anni.
Il “rischio sistemico” è la possibilità che i problemi di una banca producano un effetto domino, come accaduto nel 2008. Da allora i regolatori si sono mossi per creare istituzioni che monitorino il mondo degli intermediari finanziari nel suo complesso, invece di guardare solo le singole società. Nel 2008 Tommaso Padoa Schioppa e Mario Draghi, all’epoca ministro dell’Economia e governatore della Banca d’Italia, firmarono con i presidenti di Consob e Isvap, l’attuale Ivass, un protocollo d’intesa per vigilare sul rischio sistemico. Il Comitato per la Salvaguardia della stabilità finanziaria dovrebbe riunirsi in caso di crisi sistemica, o almeno due volte l’anno «per l’attività di prevenzione e preparazione». L’ultima riunione è avvenuta a inizio 2013, per discutere del Monte dei Paschi di Siena. Da allora il comitato non si è più riunito.
A inizio 2016 sono entrate in vigore le nuove norme sui salvataggi bancari che prevedono che i loro costi siano pagati da obbligazionisti e alcuni correntisti prima che dal contribuente. L’Italia ha criticato il cosiddetto “bail in”, poiché teme possa contribuire a provocare effetti sistemici. Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, ha chiesto ci sia una fase transitoria nell’applicazione delle norme sul “bail in” proprio per «evitare che crisi circoscritte abbiano effetti sistemici». Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ha espresso il timore che le regole possano «comportare rischi per la stabilità finanziaria».
Secondo il protocollo, il Comitato «esamina i principali rischi e vulnerabilità del sistema finanziario nazionale [e] le possibili misure atte a circoscriverli. Il Comitato promuove lo sviluppo di piani di emergenza». Un portavoce della Banca d’Italia ha detto a Repubblica che «il Comitato si è riunito poco perché non c’è stata una crisi sistemica. Anche adesso non avrebbe senso: se si riunisse con elevata frequenza finirebbe col diventare un adempimento burocratico, svilendone la finalità». Il ministero dell’Economia ha detto che «il governo ha affrontato tutti i temi rilevanti per il settore finanziario con le autorità interessate senza ravvisare l’esigenza di riunire formalmente il Comitato». La Consob non ha rilasciato commenti.
L’eventualità di una crisi sistemica è tornata d’attualità anche a causa della creazione del fondo salva-banche Atlante, il veicolo finanziato dal settore privato che ieri ha acquisito quasi tutta la Banca Popolare di Vicenza, la prima di altre possibili operazioni per sostenere banche in difficoltà. Per Silvia Merler, analista del think tank Bruegel, «il fondo potrebbe ridurre la necessità di una risoluzione bancaria nel breve periodo, ma aumenta il rischio sistemico nel lungo». Alessandro Penati, presidente della Quaestio Capital Management, la società che gestirà Atlante, ha ammesso che se il fondo non dovesse essere gestito con criteri di mercato «c’è il rischio per le banche investitrici che la Banca Centrale Europea faccia richieste di aumenti di capitale ». Penati ha però aggiunto sia una «grossolana esagerazione» ritenere che Atlante aumenti il rischio sistemico. «Atlante è iniziativa privata», ha detto un portavoce della Banca d’Italia. «Se fosse intervenuto il Comitato sarebbe passata l’idea di una crisi sistemica che per fortuna non c’è».
L’Italia sta anche rivedendo le sue norme di monitoraggio del rischio sistemico. Nel giugno 2014 l’European systemic risk board, l’ente che si occupa di monitorare la stabilità finanziaria europea, aveva ritenuto il nostro uno dei quattro Paesi della Ue ad essere solo «parzialmente in regola» con le sue raccomandazioni. La settimana scorsa la Camera dei Deputati ha approvato un disegno di legge delega che richiede al governo di costituire un «comitato per le politiche macroprudenziali » sotto la guida della Banca d’Italia. Il ministero potrà assistere al comitato ma non lo presidierà più, per evitare il rischio di interferenze politiche. Il ruolo della Banca d’Italia è consigliato dallo stesso Esrb, che suggerisce che le banche centrali «abbiano un ruolo preminente nella politica macroprudenziale». Anche questo modello non è però esente da potenziali criticità: una banca centrale, che ha un ruolo di vigilanza sugli istituti di credito, potrebbe usarlo per coprire errori di supervisione.
Ferdinando Giuliano
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