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Quel bonus contabile su cui puntare

Se valutata alla luce delle complesse alchimie della nostra contabilità pubblica, la questione relativa alla copertura e all’impatto sui conti pubblici dello sblocco di 40 miliardi di debiti commerciali della Pa, potrebbe aprire interessanti spazi di manovra. Lo ha segnalato ieri sul Sole 24 Ore Fabrizio Galimberti. Si tratta di individuare margine nel crinale (a volte non del tutto definito) che separa nella contabilità pubblica le spese correnti da quelle in conto capitale. Dino Pesole
L e spese correnti impattano sul disavanzo, e dunque sul debito, nel momento del loro impegno. Quelle in conto capitale hanno effetti su entrambi i parametri, ma nel momento in cui avviene effettivamente il pagamento. La stima assunta dal Governo Monti nel varare il decreto attualmente all’esame del Parlamento è che il pagamento della prima tranche di crediti pesa sul deficit 2013 per mezzo punto di Pil. Il target 2013 è stato di conseguenza rivisto al rialzo dal 2,4 al 2,9% del Pil, a un passo dunque dal tetto massimo consentito. Operazione resa possibile grazie al via libera, dopo lunga e faticosa trattativa, da parte di Bruxelles, e che avrà come conseguenza l’aumento del debito pubblico al 130,4% del Pil, contro il 127% dello scorso anno. In realtà, per l’anno in corso si potrebbe creare uno spazio di manovra di 1,5-2 miliardi, esattamente quel che servirebbe per finanziare la cassa integrazione in deroga, far fronte alla questione dei precari della Pa e finanziare l’ultima tranche delle missioni internazionali di pace (coperte fino a tutto settembre). Dunque le coperture che il Governo si appresta a definire potrebbero essere limitate in prima battuta ai 2 miliardi che serviranno per sospendere la rata Imu di giugno. «Se assumiamo convenzionalmente la ripartizione Istat, che fissa all’85% l’ammontare delle spese correnti e al 15% quelle in conto capitale – osserva l’economista Marcello Degni – la quota 2013 per i debiti della Pa sarebbe quantificabile in 6 miliardi». Il decreto all’esame del Parlamento ne prevede per l’anno in corso circa 8, «che corrisponde esattamente alla ripartizione dell’Istat, vale a dire alla quota del 15% assegnato alle spese in conto capitale». Ecco allora aprirsi lo spazio teorico di circa 2 miliardi per l’anno in corso, senza con questo rischiare di sforare il tetto del 3% per quel che riguarda il deficit. Condizione essenziale, dopo l’auspicata uscita il prossimo 29 maggio dalla procedura per disavanzo eccessivo, per poter fruire dal 2014 dei margini di flessibilità previsti dal cosiddetto «braccio preventivo» del Patto di stabilità. Dunque spazio a investimenti pubblici produttivi, finalizzati a sostenere la crescita, la cui contabilizzazione non andrebbe a incidere sul disavanzo. Il ritorno dell’Italia tra i Paesi “virtuosi” consentirebbe altresì di ottenere l’auspicato “dividendo” in termini di minore spesa per interessi, per effetto della positiva risposta dei mercati. Di certo – ribadisce Paolo De Ioanna, consigliere di Stato, grande esperto di finanza pubblica che ha consegnato alcune sue riflessioni sul tema della spesa pubblica al recente «A nostre spese, crescere di più tagliando meglio, la spending review nell’Italia sprecona», se si analizza caso per caso la panoramica degli investimenti degli enti locali, «emerge uno spazio di manovra sul 2013. L’universo della Pa è definito, circa 20mila enti. Di certo un sistema trasparente di contabilizzazione eviterebbe il formarsi di debiti pregressi». Resta la questione dell’esatta quantificazione dello stock dei debiti pregressi della Pa. La Banca d’Italia li cifra in 91 miliardi, per l’Abi la quota si avvicina ai 100 miliardi. La Ragioneria generale dello Stato sta lavorando proprio in queste settimane ad alcune simulazioni e stime sui diversi comparti della pubblica amministrazione. Entro settembre il quadro dovrebbe essere più chiaro.

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