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«Quei tribunali vanno tagliati Decisi quando s’andava a cavallo»

«Se la riforma delle circoscrizioni giudiziarie fosse ancora rinviata, le conseguenze per l’organizzazione della giustizia sarebbero tragiche», avverte il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Michele Vietti. In Parlamento è stato appena presentato un emendamento bipartisan teso a far slittare la revisione di due anni, con effetti che Vietti dipinge in termini molto allarmistici. Al punto che per i dirigenti degli uffici di cui è già in corso la riorganizzazione si prospetterebbe una situazione paragonabile a quella degli «esodati» dopo la riforma delle pensioni.
«La riforma — spiega il vicepresidente dell’organo di autogoverno dei giudici — è in fase di attuazione. Fu proposta dal governo Berlusconi ed è stata disciplinata da decreti attuativi di questo governo. È in vigore a tutti gli effetti. Conseguentemente il Csm, prendendo sul serio governo e Parlamento, la sta applicando da mesi. Da giugno abbiamo sospeso l’assegnazione di nuovi magistrati agli uffici destinati alla soppressione e proprio oggi (ieri, ndr) abbiamo dato disposizioni ai dirigenti per non far trattare più i processi nelle sedi accorpate; i capi dei tribunali e delle Procure abolite non sono stati sostituiti e per quelli che perderanno il posto sono stati riaperti i termini per concorrere ad altre sedi. A questo punto dire che abbiamo scherzato sarebbe una beffa non per il Csm, ma per la serietà e l’affidabilità del servizio giustizia in questo Paese».
Perché considera questa riforma così importante?
«La nostra geografia giudiziaria risale al 1800, quando in Italia ci si spostava a cavallo. Oggi, non solo il costo per mantenere tutti gli uffici giudiziari che in due secoli sono spuntati sul territorio è divenuto insostenibile, ma soprattutto le risorse limitate in termini di uomini e mezzi devono essere distribuite in modo razionale».
Convocherà un plenum straordinario alla presenza del capo dello Stato, come le è stato richiesto?
«Mi auguro che non sia necessario farlo. Il presidente della Repubblica è informato e, come sempre, segue con attenzione una vicenda così rilevante per la giustizia italiana».
L’altra novità a rischio in questo scampolo di legislatura è il decreto sulle incandidabilità, che rischia di non entrare in vigore se il Parlamento non si affretterà a esprimere il proprio parere. Lei che giudizio dà di quelle regole?
«La selezione dei candidati in base a requisiti di onorabilità, oltre che di competenza, è un’esigenza a cui nessun partito può più pensare di sottrarsi. Indipendentemente dalla legge, e proprio per evitare accuse di ingerenza della magistratura. Le nuove norme offrono un buon appiglio alla politica per un’opera di moralizzazione. Il governo ha individuato requisiti di candidabilità che certo non possono essere tacciati di “giustizialismo”. Il precipitare della situazione politica rende difficile ma non impossibile arrivare in tempo per le elezioni, come io auspico».
Come accaduto in passato, anche stavolta ci saranno magistrati che decideranno di entrare nella contesa politica. A quali regole dovrebbero attenersi, secondo lei?
«Ho più volte ripetuto che un magistrato che scende in politica è come un arbitro che decide di giocare per una delle squadre in campo: è libero di farlo, ma non dovrebbe più poter tornare ad arbitrare. Il Csm ha chiesto ripetutamente al legislatore di intervenire sulle incompatibilità dei magistrati, sia per gli incarichi elettivi sia per quelli di governo negli enti locali. Senza essere ascoltato, purtroppo».
L’annuncio di una nuova «discesa in campo» di Berlusconi, accompagnato dalle consuete affermazioni sulla «dittatura dei magistrati» e sulla «giustizia malata» da rifondare, può rinfocolare il conflitto tra politica e magistratura?
«Francamente continuo a sperare in una nuova stagione, nella quale si discuta costruttivamente non di contrasti tra poteri dello Stato ma della giustizia come servizio efficiente e tempestivo per i cittadini. In questi mesi il Csm ha lavorato in leale collaborazione con il ministro della Giustizia per realizzare riforme apparentemente non “grandi” come quelle troppe volte evocate, ma incisive per l’accelerazione dei processi. Non mi piace guardare al passato: sono un estimatore del film di Zemeckis Ritorno al futuro».
Un componente del Csm ha denunciato le prime prescrizioni provocate dalla legge anticorruzione tanto voluta dal governo. Che cosa pensa di quella riforma?
«La prescrizione manda al macero quasi 170.000 processi all’anno e ciò dipende dai termini troppo brevi in cui matura. Bisogna cambiare prospettiva: il processo non può essere una corsa ad ostacoli in cui vince chi arriva per ultimo, ma l’accertamento il più tempestivo possibile delle responsabilità, per punire chi è colpevole, assolvere chi è innocente, risarcire le vittime e riaffermare l’autorità dello Stato. La legge anticorruzione ha diversi meriti, soprattutto in materia di prevenzione, ma sconta, nell’introduzione delle nuove fattispecie di reato, i limiti del regime generale della prescrizione».
Giovanni Bianconi

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