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Quei mutui fragili, scintilla di una crisi che dura ancora oggi

La maledizione dei subprime non scomparirà facilmente. La colossale piramide di mutui fragili, i più fragili concessi negli anni del boom immobiliare e degli eccessi di Wall Street, poi crollata in un cumulo di macerie che ha scosso nel profondo il sistema bancario e l’economia Usa e globale, è come un film dell’orrore finanziario, capace di continue sequele che tengono in ansia i mercati.
Oggi perseguita Standard & Poor’s, una delle grandi agenzie di valutazione del credito che quel boom avevano assecondato. Per errore innocente nell’esercizio del diritto d’opinione, protetto dalla Costituzione, stando alla sua versione dei fatti. Per colpevoli mancanze e volute negligenze stando al governo americano. Ma l’eredità di quella crisi, allora sottovalutata da governi e banche centrali, resta pesante e irrisolta al di là di ricorsi legali, multe o risarcimenti. La riforma del sistema finanziario, dalle banche alle agenzie di valutazione del credito, è tuttora incompleta: le regole internazionali sono ancora al centro di discussioni e ritardi. E due terzi delle norme applicative della stessa legislazione Dodd-Frank, la nuova legge americana anti-crisi, sono ancora da trasformare in norme applicative. Non solo: i re della finanza, che quei derivati tossici avevano creato e non solo valutato Tripla A, sono rimasti spesso assenti da chiamate di correponsabilità.
Che questa eredità sia viva lo dimostrano i fatti. Le banche Usa, dopo aver digerito ingenti perdite e soprattutto ancora più ingenti aiuti pubblici per salvarsi, hanno forse ripulito i loro bilanci da buona parte dei vecchi subprime e derivati. Questo non significa però che abbiano esorcizzato il vizio di correre rischi di troppo: ne è testimonianza il caso della London Whale, della cosidetta Balena di Londra dell’anno scorso, che è costato 6 miliiardi di dollari a JP Morgan. Perdite dettate da inadeguati controlli, nella banca considerata più integerrima, e da esagerate scommesse proprio su derivati. Che sarebbero costare care a una banca meno solida e grande di JP Morgan.
Il continuo peso dello scandalo dei subprime è filtrato ieri nella reazione del Congresso americano al ricorso per truffa e inganno agli investitori contro S&P. Una reazione che rappresenta un augurio più che una richiesta di fare i conti con il passato. L’augurio è che serva di esempio e inviti alla prudenza. «Quando un’intera azienda e un intero settore partecipano nel violare le regole è importante mettere in chiaro che ci sono confini che non si possono oltrepassare – ha detto il deputato democratico Michael Capuano, influente membro della Commissione servizi finanziari della Camera . È importante dare un avvertimento». Il senatore Carl Levin, a sua volta democratico, ha incalzato: «Le agenzie di valutazione del credito devono ancora riconoscere la loro reponsabilità o mettere in atto i cambiamenti necessari a prevenire in futuro conflitti di interesse che gonfino i loro rating».
La saga dei mutui subprime resta la storia esemplare degli eccessi incontrollati e pericolosi della finanza. I derivati, quali i sofisticati Cdo che componevano e scomponevano pacchetti di prestiti fino a renderli distanti e incomprensibili, erano ideati per «impacchettare» debito e mutui in nuovi titoli, affidargli un rating e rivenderli. Avevano moltiplicato enormemente le commissioni intascate da Wall Street ma anche i rischi tra gli investitori a loro insaputa, compresi fondi pensione a altri fondi istitutuzionali che chiedevano invece titoli sicuri. Quando la bolla speculative esplose e nel 2007 il mercato immobiliare crollò, le agenzie di valutazione del credito corsero ai ripari, ma troppo tardi. Furono costrette ad ammettere le dimensioni del loro «errore»: in poco tempo declassarono 2mila miliardi di dollari in titoli. Un’ondata che aumentò ancora perdite e panico, sommandosi a recessione e crisi. Il modello ora messo sotto accusa dal governo – e alla radice di simili errori – vedeva una rete di relazioni pericolose e scarsa trasparenza: executive di S&P proponevano sondaggi tra investitori quale elemento per decidere il rating e analisti lamentavano la perdita di clienti perchè Moody’s era stata più generosa nei voti. Un’eredità che rimane ancora pesante per il sistema fnanziario. Quasi una maledizione.

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